USI CIVICI: “UNA SENTENZA CHE RISTABILISCE LA GERARCHIA DEL DIRITTO”

“Siamo stati sempre un argine contro quello che appare come un sistema volto a trattare i beni della collettività come merce da svendere, nonostante la natura inalienabile del patrimonio comune. Oggi, la sentenza emessa a luglio numero 24 del  2025 dal Commissario agli Usi Civici, il Dott. Antonio Perinelli, non è solo una vittoria legale: rappresenta la conferma di come le istanze sollevate nel tempo si poggino su basi concrete. La decisione del Commissario, nel ristabilire la gerarchia del diritto, segnala la necessità di fare chiarezza su una gestione del territorio che ha sollevato pesanti interrogativi per anni.

La verità che emerge non sembra essere una scoperta recente, poiché gli elementi documentali che parrebbero definitivi risulterebbero essere sempre stati agli atti. Già nel 2023 questo presunto cortocircuito istituzionale era stato segnalato con un esposto indirizzato al Tribunale, al Ministero della Giustizia, al CSM e Istituzioni varie dall’associazione “Tesori del Circeo”, da me presieduta. L’intenzione è sempre stata quella di risolvere i problemi dei cittadini e sanare situazioni pregresse: non si tratta certamente di premiare l’abusivismo, ma di ritenere necessario dare risposte concrete a chi è rimasto intrappolato in questo limbo normativo.

In questo contesto, si è generato un paradosso sociale ed economico inaccettabile. Da un lato, ai cittadini è stato impedito di vendere privatamente i propri beni per sanare i debiti proprio a causa di quei vincoli; dall’altro, parrebbe che il Tribunale procedesse comunque a svendere quegli stessi immobili all’asta a prezzi ampiamente al di sotto del valore di mercato. Il risultato è una duplice ingiustizia: il cittadino perde la casa ma rimane comunque gravato dai debiti, poiché il ricavato dell’asta non è sufficiente a estinguerli, mentre chi acquista si troverebbe nelle condizioni di rivendere a prezzi triplicati, realizzando una presunta speculazione sulle spalle della collettività.

Risulterebbe inoltre essere stata forzata l’applicazione di un orientamento del Consiglio di Stato che ammetterebbe l’eventuale vendita di terreni che hanno conservato la loro destinazione agricola o pastorale  ma solo se privi di fabbricati. Ignorare la presenza di costruzioni abusive per procedere comunque con le vendite coatte parrebbe dunque una forzatura normativa che ha colpito duramente il tessuto sociale.

La sentenza solleva questioni che parrebbero non più eludibili, inclusa la necessità di fare luce sulle modalità di formazione dei magistrati dell’esecuzione e sulla loro permanenza nello stesso ruolo per periodi prolungati. Si avverte inoltre l’esigenza di una maggiore trasparenza sui criteri di assegnazione degli incarichi che ruotano attorno al mondo delle esecuzioni, affinché venga garantita l’effettiva applicazione del principio di rotazione e l’assenza di potenziali conflitti d’interesse.

Ora la strada appare finalmente tracciata. Si chiede di valutare l’annullamento di tutte le vendite giudiziarie che risulterebbero illegittime. Il Comune dovrebbe intervenire per la reintegra dei beni a favore della cittadinanza e ci si auspica che le autorità competenti analizzino come sia stato possibile che elementi documentali presenti da anni non abbiano impedito tale situazione. La sentenza del Commissario è la bussola: la verità dei fatti sembra ora trovare una necessaria traduzione in giustizia”.

Così, in una nota, Francesca Alessandra Capponi (“Tesori del Circeo” e “Comitato Argine”).

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