UNA TELECAMERA PER CONTROLLARE LA MOGLIE: SCATTA IL BRACCIALETTO ELETTRONICO PER L’EX VIOLENTO

Il 22 febbraio scorso, la moglie vittima di maltrattamenti e violenza in famiglia e presumibilmente anche stalking (telecamera in casa per spiarne i movimenti) di cui è stata data notizia nei giorni scorsi (vedi link in fondo) ha ricevuto notifica dell’ordinanza cautelare del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina – su richiesta della Procura della Repubblica –  emessa nei confronti del marito.

L’ordinanza ha previsto il braccialetto elettronico con divieto avvicinamento entro 1000 metri a moglie e figli, divieto di accedere all’immobile coniugale, divieto assoluto (con qualsiasi mezzo) di comunicazione con i figli conviventi (di cui uno minore). 

L’ordinanza cautelare emessa nel processo penale è seguito di diverse denunce. Segue il provvedimento civile di protezione che era stato emesso su ricorso della donna al tribunale civile per abusi e violenza domestica con richiesta di protezione ed il cui protocollo è in corso la cui udienza si è tenuta presso il Tribunale stesso lo scorso 19 febbraio. 

La vittima ha rotto il circolo della violenza a cui l’aveva costretta il marito in anni di disconoscimenti, svalutazioni, minacce ed anche violenza fisica. Un clima insopportabile che anche i figli hanno dovuto patire. Ha trovato la forza dopo un percorso al Consultorio familiare diocesano di presa di coscienza e responsabilizzazione. 

Ed ora assapora – già a distanza di poche ore dal provvedimento penale –  una vita diversa: sente di essere tutelata dalla violenza,  di essere visibile, percepisce già una vita ed una quotidianità nuova per sé e per i figli. Diversa da quella angosciante, asfittica e di sopraffazione sui era costretta dal marito,  

“Questo caso conferma come il circolo della violenza, duratura e persistente sopraffazione e violenza, a cui tante donne sono sottoposte – spiega l’avvocato difensore Pasquale Lattari – nasce un poco alla volta; la vittima è indotta a credere che quelle modalità relazionali violente e di sopraffazione siano  normali; ha paura e vergogna di denunciare anche per il senso di colpa che induce il carnefice nella vittima disprezzandola e svalutandola continuamente e sotto ogni profilo (fisico, relazionale ecc.)”. 

“La vittima in tale clima spesso non denuncia: spera sempre che sia l’ultimo episodio, a cui seguono propositi di cambiamenti, resipiscienze e scuse del carnefice. Ma è solo un illusione per la vittima. La violenza è destinata a crescere e ad essere continua e reiterata. In questi casi di soprusi duraturi il ciclo della violenza si rompe e la donna denuncia o a seguito di un evento traumatico che esorbita dalla quotidiana sopraffazione o per la necessità di tutelare i figli oppure  – come nel nostro caso – a seguito della richiesta di ausilio ad un centro specializzato”. 

“Non occorre tardare nel denunciare, non bisogna aver paura delle conseguenze e delle minacce, non bisogna vergognarsi di essere vittima di violenza o si soprusi. La vittima non sceglie mai di subire violenza. La scelta della violenza è sempre del carnefice e anche  la vergogna, la paura occorre che la abbia il carnefice e non la vittima. Le autorità di Polizia ed i servizi pubblici e privati di ausilio tutelano le donne vittime con numerosi strumenti di  protezione. Dalla violenza si esce solo denunciando, non c’è altra via percorribile”.

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