“Da un recente comunicato ufficiale del Comune di Terracina, i cittadini hanno appreso di “una prima fase di miglioramento della gestione ordinaria e straordinaria del verde pubblico voluto dall’Assessorato all’Ambiente con la piantumazione di alberi della canfora, Cinnammonum camphora, a Borgo Hermada” che “proseguirà con la posa in opera delle stesse alberature in v. Appia e in v. Napoli a Terracina” oltre ai lecci che verranno “piantumati in via dei Bonificatori”, sempre a borgo Hermada…” ( stranamente, non viene però comunicato alla cittadinanza che, per far posto alle canfore, sono stati espiantati alcuni alberi vivi messi a dimora dal Comune pochi anni fa).
Da quanto comunicato si evince che, tuttora, la gestione del verde urbano non viene interpretata dagli amministratori come una sfida tecnica complessa ma, nonostante le finalità dichiarate e i buoni propositi espressi, come un assieme di interventi attinenti, più che ad altro, al decoro urbano e influenzati dalle preferenze estetiche di chi ci amministra. Piantare alberi sembra essere essenzialmente uno spot elettorale. Ad oggi manca un Piano e Regolamento del Verde Urbano e gli interventi si attuano con approssimazione, senza avvalersi della collaborazione di professionisti competenti in arboricoltura urbana e paesaggistica.
In realtà il verde deve essere considerato come una vera e propria infrastruttura, al pari di ogni opera di urbanizzazione primaria dato che, con la crescente minaccia del riscaldamento globale, gli spazi verdi urbani di alta qualità, siano essi pubblici o privati, sono sempre più determinanti per un futuro sostenibile.
Una delle premesse fondamentali è che occorre l’albero giusto al posto giusto, e questo potrà essere stabilito – previo studio del contesto, del clima, del suolo e di altri fattori – solo da parte di un team di professionisti con competenze specifiche e in sinergia tra loro. Si tratta di scelte fondamentali che regolano il futuro nostro e delle generazioni successive!
Quando si scelgono gli alberi, non contano solo la bellezza e il fatto di essere sempreverdi (per inciso, anche i sempreverdi perdono le foglie), ma anche le dimensioni del tronco e della chioma, lo sviluppo delle radici, la capacità della pianta di resistere allo stress urbano (inquinamento, suolo compresso, isole di calore, siccità) e di fornire servizi ecosistemici (ombra, assorbimento CO2, gestione acque piovane). C’è un altro aspetto fondamentale: gli alberi, lo sappiamo, svolgono un ruolo essenziale per la salubrità dell’ambiente e il benessere degli abitanti ma, proprio a causa degli stress prodotti dalla crisi climatica e di interventi antropici errati, essi sono sempre più minacciati da funghi, parassiti e patogeni, dunque, un tema cruciale per il futuro delle nostre città è la necessità di considerare la gestione del verde urbano in relazione alla resilienza ecologica.
Gli esperti di selvicoltura urbana suggeriscono spesso una regola aurea per la resilienza (riferimento cardine a sfavore delle monocolture è lo studio di Frank S. Santamour Jr. (1990), intitolato “Trees for Urban Planting: Diversity Uniformity, and Common Sense”): “una popolazione arborea urbana non dovrebbe avere più del 10% di una singola specie, il 20% di un singolo genere e il 30% di una singola famiglia”.
“una popolazione arborea urbana non dovrebbe avere più del 10% di una singola specie, il 20% di un singolo genere e il 30% di una singola famiglia”.
Ora, piantare alberi in città è cosa buona e giusta purché vengano considerati certi aspetti fondamentali.
Partiamo quindi dal fatto che l’adozione della diversità specifica e strutturale (piantare specie diverse di alberi e arbusti) non è solo una scelta estetica, ma una strategia di sicurezza biologica ed economica basata su almeno tre pilastri fondamentali.
1. Contrasto a parassiti e malattie (Effetto “Scudo”)
In una monocoltura (es. un intero viale di soli platani o soli pini) un patogeno trova un corridoio preferenziale: può saltare da un ospite all’altro senza ostacoli, trasformando un focolaio isolato in un’epidemia urbana. Al contrario, piantare specie diverse comporta una sorta di interruzione della continuità, come si trattasse di “barriere fisiche e biologiche”. Se un parassita è specifico per una pianta, la presenza di specie non ospiti ne rallenta o interrompe la diffusione.
Si raggiungerebbe così una resilienza sistemica. Inoltre, in un ecosistema diversificato, se una specie soccombe a una nuova malattia, le altre sopravvivono evitando il “deserto urbano” e mantenendo attivi i servizi ecosistemici di cui sopra.
2. Contrasto alla perdita di biodiversità
Le città sono spesso “deserti biologici” a causa della semplificazione botanica. Considerando che ogni specie arborea o arbustiva ospita una specifica microfauna, insetti impollinatori, uccelli, funghi simbionti; più specie piantiamo, più “case” e fonti di cibo offriamo alla fauna urbana, essenziale alla nostra vita.
Realizzare una complessità strutturale integrando alberi con arbusti e piante erbacee, crea una stratificazione che imita i sistemi naturali favorendo la stabilità del suolo e la rigenerazione organica ( è quello che come associazione WWF litorale laziale abbiamo espresso attraverso due comunicati diretti alle Amministrazioni Comunali in occasione della manifestazione del WWF nazionale “Urban nature”, che ha lo scopo di sensibilizzare le persone sull’importanza di introdurre gli ecosistemi naturali nelle città, pena la nostra esistenza).
3. Prevenzione di costi economici ingenti
Date le conseguenze della crisi climatica, la scelta monospecifica (nel nostro caso, per esempio, la scelta prevalente della canfora) è, oggi più che mai, un investimento ad alto rischio. Se quel patrimonio viene colpito, i costi esplodono.
Per esempio, i costi di abbattimento e smaltimento per rimuovere un gran numero di alberi morti contemporaneamente (come accaduto con la grafiosi dell’olmo o come sta accadendo per i pini domestici colpiti dalla cocciniglia tartaruga), è un onere finanziario immenso per le casse comunali, così come peserebbero i costi di sostituzione degli alberi abbattuti, e non è detto che i nuovi alberi siano facili da reperire, vista la crisi delle forniture che interessa i vivai di tutta Italia.
Anche uno studio pubblicato su Nature (2024) sottolinea che le comunità arboree diverse hanno una maggiore complessità strutturale che funge da barriera contro gli stress ambientali.
L’integrazione di strati vegetativi diversi (alberi, arbusti, erbacee) è supportata da studi sulla biodiversità funzionale che provano come venga ridotta la suscettibilità alle malattie su scala cittadina.
Del resto, è la Strategia dell’UE sulla Biodiversità per il 2030 che ci sprona ad un cambio di paradigma attraverso punti chiave, come le Nature-Based- Solutions (NBS), che impongono alle città con oltre 20.000 abitanti di adottare piani sistematici per ripristinare gli ecosistemi, creare connessioni tra aree verdi ( i cosiddetti corridoi ecologici) ed aumentare la copertura vegetale riducendo significativamente le superfici impermeabili (asfalto e cemento).
Altro fattore fondamentale è il legame tra economia e salute. La forestazione urbana è un investimento strutturale lungimirante che previene i costi sociali: una città più verde e biodiversa riduce le patologie respiratorie, migliora la salute mentale e, secondo studi recenti, ha effetti benefici sull’osteoporosi, con risparmi miliardari complessivi sulla spesa sanitaria.
E’ chiaro che da noi si continua a sottovalutare l’importanza della scienza, lo dimostra la stessa scelta orientata a far prevalere una sola specie arborea nelle aree pubbliche da parte di chi ha potere decisionale e le questioni ambientali continuano ad essere relegate in ambito marginale. L’albero della canfora sta imperversando ovunque, sostituendo soprattutto i nostrani pini domestici, simbolo del paesaggio mediterraneo ma bollati come pericolosi, sempre e comunque; eppure il loro apparato radicale è uno dei più profondi, con capacità di ancoraggio al terreno eccezionali, ammenoché le radici non vengano danneggiate; al contrario, quello della canfora è, per sua caratteristica, superficiale, esteso, e può produrre danni alle pavimentazioni stradali (le radici del Pinus pinea affiorano se soffocate da pavimentazioni).
Inoltre la Cinnammonum camphora è una pianta plurisecolare ma a crescita veloce e il diametro del suo tronco può raggiungere più di due metri in pochi anni, e nel tempo, i quattro metri ed oltre. Ha bassa tolleranza alla salinità (ma si pensa di piantarne alcuni esemplari nei pressi del lungomare Circe in via Colombo, a Terracina, in sostituzione dei pini domestici esistenti); qualche dubbio viene anche in merito a quelli piantati in viale della Vittoria riguardo alle dimensioni, visto che possono raggiungere un’altezza di 40/50 metri e l’ampia chioma potrebbe interferire con le superfici finestrate degli edifici.
È di fatto un albero adatto ai grandi spazi o parchi pubblici ( come da foto allegata che ritrae esemplari adulti di Cinnammonum camphora nell’orto botanico di Roma) e contenere le dimensioni della chioma, se piantato in contesti non adeguati, vuol dire sottoporlo a potature drastiche e frequenti che ne abbrevierebbero la vita poiché lo renderebbero vulnerabile agli stress urbani, alle temperature alte dell’aria e delle superfici asfaltate, alle malattie crittogamiche e parassitarie, con tutto il costo economico e ambientale che ne deriverebbe e con conseguente pericolo per la pubblica incolumità”.
Così, in una nota, Franca Maragoni (vicepresidente WWF Litorale Laziale).
