Ad Aprilia l’ipotesi di introdurre la tassa di soggiorno dallo scorso 1° gennaio 2026 arriva in una fase delicatissima per la città, ancora segnata dal commissariamento e da un tessuto economico fragile, in particolare nel settore alberghiero.
“La decisione nasce da una delibera delle Commissarie straordinarie che apre la strada a un regolamento per applicare un’imposta a carico di chi pernotta nelle strutture ricettive del territorio, con l’obiettivo dichiarato di reperire nuove entrate per il bilancio comunale. La legge consente ai Comuni di istituire l’imposta di soggiorno, ma non lo impone: è una facoltà, non un obbligo.
Il gettito, almeno sulla carta, deve essere vincolato a interventi sul turismo, sul sostegno alle strutture ricettive, sulla manutenzione e sul recupero dei beni culturali e ambientali e dei servizi pubblici connessi, e non può essere usato come un bancomat indistinto per altre voci di spesa.
In pratica però l’esperienza nazionale insegna che spesso queste risorse finiscono per “fare cassa”, contribuendo a tappare buchi di bilancio più che a costruire un vero progetto di rilancio turistico, tanto che solo una quota limitata dei Comuni che potrebbero applicare la tassa ha scelto effettivamente di farlo. Nel caso di Aprilia il problema non è solo tecnico, ma profondamente politico e di visione.
La città è oggettivamente poco attrattiva dal punto di vista turistico: strade in condizioni critiche, a partire da una Pontina percepita come pericolosa e dissuasiva, servizi insufficienti, decoro urbano compromesso, difficoltà nella gestione dei rifiuti e una percezione diffusa di insicurezza e di presenza criminale che pesa sull’immagine complessiva del territorio.
In un contesto simile, anziché chiedere un obolo in più a chi decide comunque di pernottare negli alberghi apriliani, sarebbe quasi più logico riconoscere un “premio” a chi continua a investire e a lavorare qui, tenendo in piedi un’offerta ricettiva che, di fatto, supplisce alle carenze strutturali e di reputazione della città. La tassa di soggiorno, per come è concepita, scarica gran parte del peso sugli albergatori e sui loro clienti.
L’imposta viene incorporata nel prezzo finale della stanza, costringendo le strutture a presentare tariffe formalmente più alte rispetto al reale valore del servizio, con il rischio immediato di perdere competitività rispetto agli hotel dei Comuni vicini che non applicano il tributo.
Chi gestisce gli alberghi si trova inoltre a svolgere, gratuitamente, il ruolo di esattore: incassa la tassa, deve riversarla al Comune entro scadenze prefissate anche se non l’ha ancora materialmente incassata dai clienti, si assume il rischio che un’azienda in difficoltà non paghi mai, ed è chiamato persino a gestire i casi di rifiuto del pagamento da parte degli ospiti.
A tutto questo si aggiunge il paradosso delle commissioni sulle carte di credito, che oggi coprono quasi tutte le transazioni: l’albergatore paga tra il 3 e il 5 per cento su un importo che comprende anche la tassa di soggiorno, cioè su una somma che non è un ricavo proprio ma denaro da girare al Comune. Le ricadute sui flussi sono tutt’altro che marginali.
Per i lavoratori che soggiornano ad Aprilia per lunghi periodi, qualche euro al giorno si traduce in centinaia di euro all’anno, e diventa un elemento di costo che può orientare verso altre sistemazioni in centri limitrofi.
Per i gruppi organizzati di 50–100 persone che restano per due o tre notti, la tassa genera un extra rilevante che spesso annulla il vantaggio economico che oggi consente agli operatori locali di convincere tour operator e agenzie a spostarsi da Roma e ad affrontare la Pontina per scegliere Aprilia.
In altre parole, si rischia di colpire proprio quella domanda “di convenienza” che, pur non essendo attratta da grandi monumenti o eventi culturali, porta comunque presenze, lavoro e indotto in una città che di turismo vive pochissimo e che avrebbe bisogno di ogni singolo pernottamento.
In questo quadro, l’idea di introdurre la tassa di soggiorno assomiglia più al tentativo di tagliare il ramo su cui si è seduti che a una misura di buona amministrazione.
Se non si costruisce prima un serio interesse turistico, se non si investe su sicurezza, pulizia, infrastrutture, valorizzazione dei pochi asset culturali e ambientali esistenti, questa imposta rischia di essere dannosa quanto le strade dissestate, la “monnezza” e i servizi carenti che oggi già allontanano persone e investimenti.
Per le casse comunali il gettito potenziale, nelle condizioni attuali, sarebbe comunque limitato e difficilmente risolutivo, mentre il danno d’immagine e di mercato per le strutture ricettive potrebbe essere ben più consistente, soprattutto se altri territori vicini continueranno a non applicare la stessa tassa.
Chi domani governerà questa Città, prima di mettere le mani nelle tasche di chi lavora e di chi, nonostante tutto, sceglie Aprilia, dovrà dimostrare che l’amministrazione è in grado di cambiare davvero il volto della città.
Il sacrificio deve essere condiviso e proporzionato, non concentrato su una sola categoria che da anni combatte con un contesto poco favorevole e con una reputazione compromessa.
Un rinvio dell’introduzione della tassa, accompagnato dall’apertura di un tavolo vero di confronto con albergatori, operatori economici e cittadini, sarebbe il primo segnale di una politica che non si limita a “fare cassa”, ma che prova a ricostruire fiducia, dignità e prospettive per una comunità che merita di tornare a credere in sé stessa”.
Così, in una nota, l’attivista 5Stelle di Aprilia, Andrea Ragusa.
