SATNAM SINGH, LOVATO LO TRATTÒ “COME FOSSE UN OGGETTO DA SCARICARE”: LA SENTENZA

Satnam Singh
Satnam Singh

Processo Satnam Singh: pubblicate le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna di Antonello Lovato

Una sentenza snella di 46 pagine sancisce la condanna a 16 anni di reclusione per il 39enne di Latina, Antonello Lovato, condannato in primo grado, lo scorso 8 luglio, a 16 anni di reclusione per l’omicidio volontario con dolo eventuale del 31enne bracciante indiano Satnam Singh, ferito mortalmente con la macchina avvolgiplastica (attaccata al trattore guidato da Lovato) a Borgo Santa Maria il 17 giugno 2024.

A firmare la sentenza il presidente della Corte d’Assise, Mario La Rosa, che ha presieduto i giudicanti, composti dalla collega Francesca Ribotta e dalla giuria popolare.

Lo scorso 8 luglio, all’esito di una camera di consiglio durata cinque ore, la Corte d’Assise ha applicato anche l’interdizione perpetua dei pubblici uffici e una provvisionale per 120mila euro a Soni Soni, la compagna di Satnan Singh, difesa dall’avvocato Gianni Lauretti. Provvisionali anche per i famigliari di Satnam, ma rigettate quelle per sindacati e enti parti civili. Erano otto le persone offese tra cui la madre di Satnam, Jasveer Kaur, il padre, i fratelli di Satnam Singh, il padre, Gurmukh Singh, tutti difesi dall’avvocato del foro di Santa Maria Capua Vetere, Giuseppe Versaci. Le altre persone offese erano i sindacalisti Giovanni Mininni della Flai Cgil e Giuseppe Massafra della Cgil di Latina, difesi dagli avvocati Simone Sabbattini, Antonio Valori e Andrea Ronchi. Parti civili anche i Comuni di Latina e Cisterna, rispettivamente assistiti dagli avvocati Cinzia Mentullo e Maria Concetta Belli, e l’Anmil (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), assistita dall’avvocato Massimiliano Gabrielli

“Navi”, come era chiamato Satnam da amici e conoscenti, era venuto in Italia nel 2016. Dopo aver ottenuto il primo permesso di soggiorno, era diventato, a scadenza del lasciapassare, un vero e proprio invisibile come tanti extracomunitari sfruttati nei campi dell’agro pontino e oltre. Feritosi il 17 giugno 2024, con la macchina avvolgi-plastica per i meloni nell’azienda della ditta individuale di Antonello Lovato a Borgo Santa Maria, il 31enne lavoratore in nero è stato caricato su un furgone dal medesimo Lovato, suo datore di lavoro, e trasportato con la moglie via dall’azienda.

Oggi, 8 luglio, fuori dal Tribunale di Latina il sit-in organizzato dalla Cgil contro il caporalato. Presente Maurizio Landini Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. “Abbiamo seguito questa vicenda fin dall’inizio, mobilitandoci e sostenendo questa lotta. Perché questo – ha spiegato Landini – non è un caso isolato; stiamo difendendo la dignità di una persona, ma ci stiamo battendo per mettere in discussione un sistema di caporalato e fare impresa che va assolutamente cambiato. Ed è anche la ragione per cui ci siamo costituiti parte civile, per cui da anni la lotta della categoria e della Cgil è quella di essere il sindacato che dà voce a chi non ce l’ha, che dà diritti a chi non ce li ha e che afferma la dignità della persona che viene sempre prima del mercato, del profitto e di qualsiasi livello di sfruttamento. Oggi è la conferma che c’è la necessità di una battaglia che deve parlare a tutto il Paese. Bisogna togliere tutte le ipocrisie: le leggi ci sono e vanno applicate e serve, oltre a un impegno sindacale, anche quello delle forze politiche e delle istituzioni, perché serve rimettere al centro la persona, il lavoro e i diritti delle persone”.

Dopo sette chilometri, senza essere portato in ospedale, “Navi” è stato abbandonato con la moglie in Via Genova, a Castelverde (già comune di Cisterna) davanti alla casa dove era ospitato da una coppia di italiani. Copiosa la perdita di sangue dal braccio mutilato e dalle gambe in condizioni gravissime, Navi è morto due giorni dopo in un letto dell’ospedale San Camillo di Roma dove era stato elitrasportato.

Lovato era imputato per i reati di omicidio con dolo eventuale e per diverse violazioni del decreto legislativo 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Secondo il sostituto procuratore di Latina, Marina Marra – che ha chiesto la misura cautelare in carcere al Gip Giuseppe Molfese che l’ha condivisa – Lovato, “con plurime condotte”, ha causato con colpa, violando le norme di sicurezza sul lavoro, il ferimento di Satnam Singh, 31enne indiano irregolare e privo di permesso di soggiorno.

La Corte d’Assise, a inizio processo, ha ammesso la costituzione di parte civile di dodici dei richiedenti. Si tratta, innanzitutto, dei quattro famigliari di Satnam Singh e della compagna convivente more uxorio, Soni Soni. Accolte anche le parti civili di Inail, Comuni di Cisterna (presente in aula, come nella scorsa udienza, il sindaco Valentino Mantini) e Latina, Regione Lazio, Flai Cgil, Cgil Latina Frosinone e Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro). Escluse, invece, le associazioni di Libera, “Antonino Caponnetto”, Ona e Lavoratori Stranieri. Esclusa anche la richiesta della difesa di Lovato di chiamare come responsabile civile l’assicurazione Axa, ossia la compagnia che aveva assicurato il trattore che trainava l’avvolgi-plastica. In aula, il processo si è aperto il 1 aprile 2025 e sin da subito è stata battaglia tra la difesa di Lovato, rappresentata dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, e la Corte d’Assise.

La prima udienza del processo è stata il 1 aprile 2025 e a distanza di poco più di un anno si è concluso il processo. Al temrine della requisitoria, i pubblici ministeri Luigia Spinelli e Marina Marra avevano chiesto una condanna a 22 anni di reclusione per Lovato, assistito dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti.

Leggi anche:
SATNAM SINGH, CHIESTI 22 ANNI DI RECLUSIONE PER LOVATO. PM: “PER LUI LA VITTIMA È UN INVISIBILE DI CUI DISFARSI”

Il 31enne indiano, deceduto il 19 giugno 2024, è diventato simbolo del malcostume del caporalato e il suo nome, dopo la sua morte, è finito all’attenzione di tutti i giornali e telegiornali nazionali e internazionali. Si può parlare, almeno per la provincia di Latina, di un pre e un post Satnam.

Antonello Lovato

La sentenza riconosce la responsabilità di Lovato oltre ogni ragionevole dubbio: “l’illogicità di alcune condotte assunte dall’imputato immediatamente dopo aver lasciato il corpo di Satnam Singh davanti alla sua abitazione, la situazione di irregolarità dal punto di vista lavotativo della vittima e talune frasi proferite da Lovato Antonello dimostrano la sussistenza in capo allo stesso del dolo nelÌa forma eventuale, come correttamente contestata dalla Pubblica Accusa”.

La sentenza si basa sulle testimonianze rese nel corso del dibattimento dai vari testimoni – a cominciare da Soni Soni, dai lavoratori dell’azienda di Lovato e dai vicini di casa – che sconfessano le dichiarazioni di Antonello Lovato.

Dopo che Satnam era stato portato nella casa a Castelverde, a Cisterna di Latina, “emerge da più deposizioni testimoniali è che le persone entrate in contatto con Soni Soni, non appena la stessa è giunta a casa, hanno tutte riferito di avere raccolto dalla stessa la medesima richiesta, ovvero chiamare un’ambulanza”. Una versione che sconfessa Lovato, si legge in sentenza: “Lo stesso imputato” è “entrato in contraddizione affermando dapprima che i soccorsi erano stati contattati, senza tuttavia indicare chi l’avesse fatto”.

Parte della sentenza evidenza il decorso clinico di Satnam: sin dai soccorsi del 118 al ricovero al San Camillo, compresa la perizia medico legale della consulente della Procura, Maria Cristina Setacci. Per quanto riguarda l’omesso soccorso contestato a Lovato, la Corte d’Assise spiega che le testimonianze dei sanitari evidenziano che vi è stata la ritardata somministrazione di emoderivati “che invece avrebbe potuto avere luogo prima qualora Samam Singh fosse stato accompagnato presso un presidio sanitario”.

E ancora: “la condotta tenuta da Lovato ha dato luogo ad un ritardo: nella iniezione di liquidi, ossia emoderivati e farmaci che possono essere somministrati solo intramoenia e non già sui mezzi di soccorso; nel definitivo blocco del sanguinamento seppur minimo dal moncone tranciato, avendo i chirurghi ortopedici e vascolari chiuso una delle fonti di sanguinamento; la conseguente stabilizzazione del paziente che ha permesso l’esecuzione di ulteriori accertamenti, nela caso di speci Tac totalbody da cui è stato è possibile evincere la presenza di politraumi”.

Secondo la sentenza emessa dalla Corte d’Assise “Lovato” era “gravato di un obbligo di impedire l’evento lesivo che ha portato alla perdita dell’arto di Satnam Srngh in ragione della sua posizione datoriale di fatto, ma nel caso di specie vi è di più in quanto questi ha successivamente assunto un comportamento concludente inequivoco soccorrendo nell’immediatezza la vittima e caricandola sul furgone, sicché avtebbe dovuto portarla in ospedale o chiamare i soccorsi, così evitando l’evento morte o ritardandone il verificarsi”.

La Corte d’Assise è convinta, sulla base delle consulenze scientifiche, che la morte è stata causata dallo choc emorragico dovuto all’amputazione violenta del braccio. Ecco perché non è stato necessario un “supplemento istruttorio”. Le deposizioni dei sanitari “hanno consentito di compiere il cosiddetto giudizio controfattuale ovvero di verificare se, compiuta l’azione doverosa, l’evento non si sarebbe verificato, o non si sarebbe verificato con quelle modalità o non si sarebbe verificato in quel momento anziché in uno significativamente successivo”.

Il ritardo dei soccorsi viene quantificato in 45 minuti in cui Satnam ha perso circa “il 15% del patrimonio ematico complessivo circolante nel corpo di un essere umano”. Dunque “L’azione doverosa omessa ha determinato non solo tale evento intermedio, ma, come già evidenziato, ha ritardato la rigenerazione ematica e la stabilizzazione del paziente, con rilevanti conseguenze sull’ossigenazione del cervello, già abbastanza compromesso, tanto da risultare sin dalla prima TAC totalbody segni di sofferenza celebrale”.

È il fattore tempo ad essere stato decisivo per la morte di Santam. Questo i giudici lo ribadiscono nella parte finale della sentenza. È il medico del San Camillo ascoltato in fase di dibattimento a ribadirlo, come sottolinea la sentenza: “In questi casi il tempo non sappiamo se porta alla salvezza o meno, rna sicuramente concede delle opportunità al paziente maggiori rispetto al mio attendere” e a riprova di ciò, infatti, la teste ha menzionato un precedente con esito favorevole assimilabile per tipologia di lesione al caso di Satnam Singh, così consegnando un dato esperenziale che non può essere negletto”.

Peraltro, “nessuno  dei consulenti ha mosso rilievi all’operato dei medici che hanno avuto in cura Satnam Singh, dovendosi così certamente escludere l’intervento di altri fattori causali che si sono inseriti nel decorso reale che ha portato al decesso di Satnam Singh”. Ecco perché “ove Lovato Antonello avesse tenuto la condotta doverosa richiesta, ossia accompagnare iI suo lavoratore presso un presidio sanitario, ovvero avesse immediatamente richiesto l’intervento di un’ambulanza presso la sua azienda agricola, Satnam Singh non sarebbe morto o comunque l’evento si sarebbe verificato in epoca successiva o con minore intensità”.

Il dolo eventuale è provato perché vi è stata da parte di Lovato una “condotta successiva all’evento, consistita nell’occultamento delle tracce del reato ed in specie nella pulizia del furgone e nello spostamento del trattore e dell’attrezzo dal luogo dell’infortunio”. A tal punto che è “lo stesso imputato a rispondere di essere consapevole che si poteva salvare”. Lovato viene ritenuto consapevole di tutto: “Ad emergete più che uno stato di totale confusione è una lucidità nel perseguire il proprio interesse, salvare sé stesso e la propria azienda., evincibile dalla frase pronunciata a Pepe Ilario (nda: il padrone della casa dove abitava Satnam a Castelverde) e dal segno fatto a Moudgill, trattando una persona come fosse un oggetto da scaricare e non qualcuno di cui prendersi cura al punto di scappare senza nemmeno sincerarsi dell’arrivo dei soccorsi”.

Il motivo che ha spinto a delinquere Lovato, per la Corte d’Assise è stato quello di “proteggere la sua azienda, sperando che la situazione di irregolarità non emergesse”.

Articolo precedente

PROVINCIA DI LATINA: NOMINATA TORELLI COME VICE-PRESIDENTE

Articolo successivo

EX CORAFA: ASCOLTATI I TESTIMONI DELL’ACCUSA, MA LA PRESCRIZIONE È VICINA

Ultime da Giudiziaria