PETCOKE NEL PORTO DI GAETA: EUROPA VERDE INTERPELLA LA CAPITANERIA. ANCHE CGIL E UIL LANCIANO L’ALLARME

Il Circolo di Formia e Sudpontino di Europa Verde ha inviato, il 17 giugno,  una lettera formale, tramite PEC, al Comandante della Capitaneria di Porto di Gaeta, per dare seguito alla disponibilità da lui espressa, nell’incontro del 10 giugno scorso, a recepire “eventuali differenti valutazioni scientifiche e normative” sulla pericolosità del petcoke movimentato nel porto commerciale. La lettera è stata inviata in copia ad ARPA Lazio, ASL di Latina, Autorità di Sistema Portuale di Civitavecchia, Regione Lazio, Provincia di Latina e Comune di Gaeta.

“Accogliamo con favore questa apertura istituzionale — dichiara il Circolo — e la consideriamo un’occasione concreta per portare all’attenzione delle autorità competenti ciò che la scienza dice con chiarezza.”

Il petcoke non è classificato come cancerogeno in quanto tale, ma i suoi componenti principali lo sono. Il benzo[a]pirene e i composti del nichel, presenti nel petcoke grezzo, sono classificati dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC/OMS) nel Gruppo 1: cancerogeni certi per l’uomo. Il pentossido di vanadio è classificato nel Gruppo 2B come possibile cancerogeno. Il particolato fine PM₂,₅, generato inevitabilmente dalla movimentazione a cielo aperto, è anch’esso cancerogeno certo per l’OMS.

La review scientifica di Caruso et al. (2015), pubblicata sull’International Journal of Environmental Research and Public Health e trasmessa in allegato alla lettera, documenta che la principale minaccia per le popolazioni che vivono in prossimità di depositi di petcoke è costituita dalle polveri fini disperse nell’aria durante le operazioni di movimentazione. Studi epidemiologici su lavoratori esposti mostrano un rischio di cancro al polmone fino a 4,4 volte superiore e di broncopneumopatia cronica ostruttiva fino a 5,8 volte superiore rispetto alla popolazione generale.

Un allarme che viene anche dai lavoratori

Un documento congiunto di CGIL e UIL Funzione Pubblica ha denunciato che i funzionari e gli assistenti doganali operanti nel porto di Gaeta sono immersi nelle polveri di petcoke per 6-8 ore consecutive, senza adeguati dispositivi di protezione e senza possibilità di rotazione, a causa della cronica carenza di organico. Le stesse organizzazioni sindacali chiedono l’immediata attivazione dell’ASL di Latina. Noi facciamo nostra questa richiesta e la includiamo formalmente nella nostra lettera.

A questo si aggiunge la documentazione video, diventata virale, che mostra la perdita di materiale inquinante direttamente in mare e sulle banchine durante le operazioni di scarico: un’evidenza empirica che non lascia spazio a equivoci sulla realtà della dispersione.

I numeri di un fenomeno in crescita

Secondo i dati dell’Autorità di Sistema Portuale, nel 2025 sono state movimentate 190.734 tonnellate di petcoke nel porto di Gaeta, il 30% in più rispetto all’anno precedente. Nel solo primo semestre 2026 sono già arrivate 7 navi per oltre 130.000 tonnellate. La movimentazione avviene a cielo aperto, con una soglia di sospensione delle operazioni in caso di vento fissata — dal regolamento portuale del 2013 — a soli 15 km/h: una misura del tutto inadeguata alla luce delle evidenze scientifiche disponibili.

Cosa chiediamo

Abbiamo chiesto alla Capitaneria di trasmettere la documentazione scientifica all’ASP di Civitavecchia, sollecitando l’obbligo di movimentazione esclusivamente a circuito chiuso, come già avveniva a Civitavecchia. Abbiamo chiesto ad ARPA Lazio di attivare un monitoraggio sistematico e pubblico della qualità dell’aria nella zona portuale. Abbiamo chiesto all’ASL di Latina di verificare immediatamente le condizioni di sicurezza dei lavoratori. Abbiamo chiesto a Regione Lazio e Provincia di Latina di rivalutare le autorizzazioni vigenti alla luce della scienza aggiornata.

I cittadini di Gaeta e Formia — e i lavoratori del porto — hanno il diritto di sapere a cosa sono esposti. Le istituzioni hanno il dovere di applicare il principio di precauzione, sancito dall’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Non chiediamo allarmismi: chiediamo dati, trasparenza e misure proporzionate al rischio documentato.

Articolo precedente

ALYSIA E SARAH: FERMATI PER SEQUESTRO DI PERSONA MAMMA, COMPAGNO E NONNO

Articolo successivo

LA “GUERRA” PER LO STAND AL MOL DI LATINA

Ultime da Politica