Minacciano e picchiano un operaio a Sezze e scappano con la sua autovettura: padre e figlio condannati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna in Appello per il 50enne Alfrdo Cena e per il figlio 27enne Romolto, entrambi accusati di rapina aggravata.
A maggio 2024, in primo grado, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario, aveva condannato per rapina entrambi giudicati col rito abbreviato. Al termine della camera di consiglio, il Gip Cario aveva condannato Alfredo Cena alla pena di 5 anni, più una multa di 1000 euro e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per il figlio la condanna era stata più lieve: 3 anni e 4 mesi, oltreché a una multa da 800 euro e l’interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena.
Dopodiché, su ricorso della difesa, la Corte d’Appello aveva confermato il giudizio di responsabilità nei confronti di Alfredo e Romolo Cena, confermando la pena per il secondo e riducendo quella per il padre a 3 anni e 8 mesi di reclusione.
Dopo l’arresto, padre e figlio si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, pur rilasciando entrambi spontanee dichiarazioni con cui avevano negato le accuse mosse loro da Carabinieri e Procura di Latina. Davanti all’allora giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone, aveva avuto luogo l’interrogatorio di convalida per i due uomini, arrestati dai Carabinieri con l’accusa di aver picchiato, dentro la sua abitazione, un operaio di Sezze, per poi derubarlo dell’auto e darsi a una folle fuga fermata dall’intervento dei militari dell’Arma.
L’arresto era avvenuto il 16 dicembre 2023, quando la Centrale Operativa del Comando Provinciale Carabinieri di Latina aveva diramato le ricerche dei due individui di origine rom, residenti ad Aprilia. I due, secondo la ricostruzione dei Carabinieri, si erano recati a Sezze e, dopo aver aggredito l’operaio, percuotendolo e minacciandolo, gli avrebbero sottratto l’auto facendo perdere le proprie tracce. Si trattava, almeno all’epoca, di due soggetti che erano sospettati di essersi macchiati di diversi furti nelle abitazioni sui Monti Lepini: tra quelli attribuiti a loro, almeno tre a Crocemoschitto (Sezze), a Boccioni e in Via Montagna. Ecco perché, era scattata un’altra misura cautelare a carico del più anziano.
Per quanto riguarda procedimento finito in Cassazione, i due uomini si sarebbero recati in Via Montagna e, trovandosi di fronte l’operaio, proprietario dell’abitazione, l’avrebbero minacciato e percosso per poi rubargli l’auto e scappare con essa. In breve tempo, la pattuglia della Stazione Carabinieri di Sezze, già dislocata in area poiché in servizio coordinato di controllo del territorio finalizzato alla repressione dei furti in abitazione, era riuscita ad intercettare l’auto rubata, anche mediante l’impianto satellitare di cui dispone il mezzo.
Dopo varie localizzazioni, protrattesi nei minuti successivi, per le quali era stata fondamentale l’attività di coordinamento delle centrali operative di Latina ed Aprilia, i Carabinieri della Sezione Radiomobile del Reparto Territoriale di Aprilia, insieme a quelli della Stazione di Cisterna, avevano intercettato l’auto ad Aprilia, all’altezza di Campo di Carne, in Via Callas, nei pressi del campo sportivo. È qui che i militari dell’Arma avevano bloccato e immobilizzato i due rapinatori, traendoli in arresto.
Secondo la Cassazione, che ha dichiarato inammissibili i ricorsi, rendendo definitive le pene per entrambi, “la Corte di appello ha indicato plurimi e convergenti elementi idonei ad affermare l’attendibilità della individuazione fotografica di entrambi gli imputati da parte della persona offesa sviluppando al riguardo un puntuale e coerente impianto argomentativo”.
Inoltre, il riconoscimento dei due uomini, “eseguito visionando 12 immagini e senza avere prima incontrato o visto gli imputati all’interno della caserma dei carabinieri di Aprilia era avvenuto in termini di certezza, previa accurata descrizione non solo delle modalità della rapina commessa in suo danno ma anche delle caratteristiche di due degli autori (in particolare del soggetto che per primo lo aveva aggredito), sostanzialmente corrispondenti ai tratti somatici dei due imputati come riportati nei rispettivi cartellini fotosegnaletici (l’asserita discrepanza sostenuta nel ricorso era assunto del tutto generico);
che la precisione dei dettagli riferiti escludevano che Recine, pur scosso dalla aggressione subita, fosse confuso e pertanto non in grado di operare l’individuazione; che costui aveva avuto modo di osservare direttamente e a distanza ravvicinata i soggetti riconosciuti (con uno dei quali aveva anche avuto una conversazione); che l’individuazione fotografica era avvenuta a poche ore dal fatto e quindi in un momento in cui egli aveva ancora impresso un ricordo vivido delle fattezze degli aggressori; che tale duplice riconoscimento era corroborato e rafforzato, sotto il profilo della attendibilità, dalla ammissione di colpevolezza resa dal coimputato Alfredo Cena in sede di giudizio abbreviato”.
“La Corte di appello ha poi accuratamente vagliato l’alibi offerto da Romolo Cena, motivatamente ritenuto non idoneo a scalfire il dirimente riconoscimento operato dalla persona offesa pienamente attendibile e ad escludere la partecipazione all’azione predatoria. Con riferimento alla corrispondenza dell’auto notata alle ore 16.20 dai residenti della zona con quella utilizzata per il compimento della rapina, la Corte territoriale non è incorsa in alcun travisamento probatorio la cui nozione va ricondotta all’errore sul “significante” e non sul “significato”.
