Condannata la Asl di Latina per la morte di un 35enne di Terracina che nel luglio 2016 si era rivolto al ospedale Fiorini
Avrebbe potuto salvarsi se i medici fossero intervenuti sulla endocardite infettiva, che ad un 35 enne ex tossicodipendente, non era stata diagnosticata né durante i nove giorni di ricovero al Fiorini di Terracina, né al San Camillo di Roma dove l’uomo era trasferito, per poi morire deceduto. A distanza di nove anni, il Tribunale di Roma ha condannato l’ASL e l’azienda ospedaliera San Camillo Forlanini, ad un primo risarcimento alla famiglia di 250mila euro. Ma il processo potrebbe andare avanti con l’appello, su ricorso degli avvocati Renato Mattarelli e Roberta Magnani, per un indennizzo maggiore.
Una lunga battaglia giudiziaria, non ancora conclusa, sulla quale i legali hanno dichiarato “Si è arrivati a questa prima vittoria dopo 2 perizie contrarie e appiattite su un gravissimo pregiudizio: il giovane 35enne deceduto era un ex tossicodipendente!…e pertanto un paziente di serie B”.
Due perizie diverse, ma confluenti sull’ineluttabilità della morte, malgrado la diagnosi tardiva. Invece nella sentenza del Tribunale di Roma (n. 5007 del 2 aprile 2025), come riporta la nota dello studio legale: “Il giudice Giorgio Egidi, afferma chiaramente che non convincono le conclusioni dei periti secondo cui, anche se è vero che vi è stato un ritardo e il trattamento della diagnosi dell’endocardite letale, il giovane sarebbe comunque morto. Diversamente la sentenza, ha chiarito che al 35enne sono state sottratte chances di sopravvivenza che prescindono dalla certezza o alta probabilità di restare in vita: se c’era il 30% di probabilità di sopravvivenza queste andavano tentate”.