MINACCE MAFIOSE AI POLIZIOTTI, RIESAME CONFERMA DI NUOVO IL CARCERE PER SAPURÒ

Antonio Di Silvio detto Sapurò
Antonio Di Silvio detto Sapurò

Dà in escandescenze dentro un locale notturno e aggredisce uno dei poliziotti intervenuti: confermato l’arresto di Antonio Di Silvio detto “Sapurò”

Il Tribunale del Riesame di Roma, per la seconda volta, ha respinto la richiesta dei legali difensori del 45enne Antonio Di Silvio detto Sapurò e confermato la misura della custodia cautelare in carcere. Il ricorso chiedeva l’annullamento dell’ordinanza o la sostituzione della misura custodiale.

Si tratta del secondo ricorso al Riesame dopo che lo scorso 27 novembre lo stesso Riesame aveva respinto l’istanza per una misura meno afflittiva in capo ad Antonio Di Silvio, accusato di lesioni, minacce e resistenza a pubblico ufficiale, tutti reati aggravati dal metodo mafioso. Il secondo ricorso si è originato con il fatto che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, lo scorso 2 dicembre, nello scarcerare la compagna di Sapurò, Stefania Buono, aveva emesso una ulteriore ordinanza di custodia cautelare in carcere per il 45enne.

Lo scorso 19 novembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, aveva convalidato gli arresti di Antonio Di Silvio detto “Sapurò” e della compagna Stefania Buono (53 anni), disponendo per loro un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il magistrato aveva riconosciuto per entrambi il metodo mafioso, tanto che il fascicolo è stato inviato per competenza al Tribunale di Roma, che tratta i reati aggravati dal 416 bis.

Nella notte tra sabato e domenica scorsi, in un noto locale di Latina, in Strada Nascosa, Antonio Di Silvio detto “Sapurò” – fratello di Costantino Di Silvio detto “Patatone” (in carcere da anni per l’omicidio Buonamano) e figlio maggiore di Ferdinando Di Silvio detto “Il Bello”, ucciso con un’auto bomba sul lungomare di Latina – e la compagna Stefania Buono erano stati arrestati con l’accusa di minacce e resistenza a pubblico ufficiale.

Il 45enne, mentre era all’interno del locale notturno, intorno alla chiusura della serata, si era scagliato contro la compagna. Ne era nata una lite a colpi di offese e urla, tanto che i titolari del locale avevano dovuto chiamare il numero d’emergenza 112 per sedare gli animi. All’arrivo degli agenti di Polizia della Squadra Volante di Latina, “Sapurò”, non pago di aver seminato il panico tra gestori e avventori, aveva iniziato a insultare gli operanti.

Il 45enne, nella concitazione del momento, aveva pesantemente minacciato di morte i poliziotti, arrivando anche a spingerne uno con una mano sul viso. “Sono un Di Silvio, sapete chi sono io, vi sparo in testa se venite al Gionchetto”. Persino la compagna, 53 anni, non aveva lesinato insulti ai poliziotti. Entrambi erano stati arrestati dai poliziotti, mentre “Sapurò” era stato anche affidato alle cure del pronto soccorso poiché in preda a un vero e propio raptus. Peraltro, tra le accuse, ci sarebbe anche quanto riportato da una dipendente del locale: Sapurò, infatti, avrebbe chiesto 1000 euro in cambio della protezione dei Di Silvio.

Un passato difficile quello di Sapurò, sebbene da tempo non avesse più avuto un ruolo di primo piano nella famiglia capeggiata dallo zio Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” (suo zio), anche lui in carcere per l’omicidio Buonamano. Da giovane, Antonio Sapurò (che ora ha tatuato sul cuore la faccia del padre ammazzato, Ferdinando Di Silvio detto “il Bello”, fatto saltare in aria da un’autobomba nel 2003 sul lungomare di Latina) era spietato in quelle piccole estorsioni che ora si riassumerebbero in bullismo. Erano gli anni Novanta. Non poteva sapere che solo qualche anno più tardi sarebbe stato vittima della sua stessa violenza: nel 2006 un carabiniere in borghese gli sparò per legittima difesa davanti al Felix – la discoteca di Piazza Aldo Moro in voga in quegli anni -, perché dopo essere stato cacciato da un buttafuori, Sapurò tornò con una pistola, sparò tre colpi ma fu a sua volta raggiunto da una pallottola che lo prese all’addome, menomandolo per sempre.

Ad ogni modo, tornando ai giorni nostri, il 45enne e la compagna, dopo l’arresto, erano stati ascoltati nell’ambito dell’interrogatorio di convalida dell’arresto. Sapurò, difeso dagli avvocati Fabrizio Mercuri e Massimo Frisetti, aveva risposto alle domande del magistrato, spiegando di non aver mai colpito nessun agente di Polizia. Il 45enne aveva detto di non essere in grado di poter fare quanto addebitatogli, in quanto disabile per via della gambizzazione subita venti anni fa. A lui, peraltro, è contestato di aver tirato addosso agli operanti un bidone della spazzatura. La compagna, invece, difesa dall’avvocato Alessandro Farau, aveva rilasciato dichiarazioni spontanee, fornendo la sua versione dei fatti. I legali avevano chiesto di non applicare ai loro assistiti il carcere.

A interrogarli era presente anche il pubblico ministero di Latina, Giuseppe Aiello, il quale ha contestato loro il metodo mafioso. A pesare è stata la frase di Sapurò che ha voluto caratterizzarsi come un “Di Silvio”, rimandando alla sua famiglia coinvolta in indagini e processi istruiti dalla Direzione Distrettuale Antimafia (indagini “Movida”, per cui nel processo aveva retto l’accusa del metodo mafioso, e “Scarface”, nel cui processo, al contrario, era caduta l’accusa del 416 bis). Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina aveva accolto la prospettazione del metodo mafioso e lasciato la coppia in carcere. Stefania Buono, tramite l’avvocato Alessandro Farau, aveva presentato anche lei ricorso al Riesame chiedendo l’annullamento o la sostituzione della misura in carcere.

Un ricorso che è stato superato dal fatto che, come detto, lo scorso 2 dicembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Filippo Steidl, ha sostituito la misura cautelare del carcere con quella più lieve dell’obbligo di firma. Buono avrebbe dovuto discutere il suo ricorso al Riesame di Roma, ma è stato il gip Steidl a evitare questa evenienza, decidendo per la scarcerazione della donna, facendo cadere solo per lei l’aggravante del 416 bis e lasciando in essere solo la resistenza a pubblico ufficiale. Alla donna, quindi, non è più contestato il reato di lesioni. Nel corso dell’interrogatorio di convalida, la 53enne aveva spiegato di aver detto ai poliziotti: “Ci state facendo questo solo perché siamo dei Di Silvio”. Una frase che la difesa aveva spiegato essere non una minaccia, bensì una doglianza e un pregiudizio che sarebbe stato subito dalla coppia. La donna sarebbe intervenuta solo quando avrebbe visto “Sapurò” a terra, nel corso dell’intervento presso il noto locale di Latina dove era scoppiato il parapiglia.

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