LA ‘NDRINA ROMANA CON LE SUE “PROPAGGINI” A LATINA, APRILIA E TERRACINA

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L’inchiesta “Propaggine” della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma fa emerge una locale di ‘ndrangheta nella Capitale: coinvolti alcuni personaggi tra Aprilia, Latina e Terracina

Su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nella Capitale, in provincia e nel Lazio Lazio, a Reggio Calabria e nella regione Calabria, è stata portata a termine, nella giornata odierna, una vasta operazione della Direzione investigativa antimafia. L’ordinanza firmata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo ha disposto misure cautelari nei confronti di 43 persone.

“Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”. Così, relativamente alla base madre della Calabria, è quanto affermano in una intercettazione alcuni soggetti indagati. Tra di loro i due capi delle due organizzazioni smantellate a Roma: Vincenzo Alvaro dell’omonima famiglia da anni tratteggiata nella mappatura mafiose anche nel nord pontino (figlio di Nicola Alvaro, pezzo grosso della ‘ndrangheta, già capolocale di Cosoleto) e Antonio Carzo detto “Ntoni Scarpacotta”. Alvaro, peraltro, era stato già arrestato nel 2009 come pezzo grosso delle ‘ndrine capitoline nell’ambito dell’operazione “Café de Paris“. Carzo, invece, secondo la Procura, era capo di una importante cosca mafiosa con sede a Roma che poteva operare illecitamente tanto nella Capitale, come a Guidonia, Latina, Aprilia e in Calabria. A settembre 2017, intercettato, spiega il manifesto della ndrangheta romana: “C’è stato un periodo che hanno bersagliato i siciliani…Cosa Nostra…Cosa Nostra…e noi…sotto traccia facevamora è da capire che ci hanno preso in tiro a noi calabresi e ora che dobbiamo stare più quieti… quieti… eh… le cose si fanno”.

Il provvedimento è stato emesso su richiesta del Procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia Ilaria Calò, dell’ex Procuratore capo Michele Prestipino e dei sostituti Giovanni Musarò, Francesco Minisci e Stefano Luciani. Alcuni degli indagati sono indiziati di far parte di un’associazione per delinquere di stampo mafioso, costituente una locale di ‘ndrangheta, radicata sul territorio della Capitale, finalizzata ad acquisire la gestione ed il controllo di attività economiche in diversi svariati settori ittico, della panificazione, della pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti, facendo poi sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività.

L’organizzazione di matrice ‘ndranghetista a Sinopoli si ripropone, alla stregua di quanto ricostruito dagli investigatori, anche di commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità individuale e in materia di armi, affermando il controllo egemonico delle attività economiche sul territorio, realizzato anche attraverso accordi con organizzazioni criminose omologhe. L’inchiesta è gemella di un’altra disposta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria che ha visto recepito dal Gip la sua richiesta di arrestate altre 34 persone, tra cui il sindaco di Cosoleto Antonino Gioffrè.

Il legame tra la “casa madre” sinopolese e la propaggine romana è stato sempre attivo e gestito con estrema cautela: le indagini hanno disvelato che, secondo una strategia ben specifica, i due capi del “locale” di ‘ndrangheta romani limitavano al minimo gli incontri di persona con i vertici calabresi, facendoli coincidere con eventi particolari, quali matrimoni o funerali, in occasione dei quali si sono svolti incontri fugaci ma risolutivi; nei casi di estrema urgenza, poi, gli incontri sono stati concordati mediante l’intermediazione di “messaggeri”. E quello che interessava alla cosca erano gli affari, nonostante qualche eccesso tipo le minacce recapitate al giornalista Klaus Davi reo di aver pubblicato una mappa con i capi romani di ndrangheta.

Dopo l’altra indagine della DDA che aveva scoperchiato il vaso di Pandora facendo emergere una locale di ‘ndrangheta ad Anzio e Nettuno, ecco, quindi, un altro colpo alla mafia più potente d’Italia e del mondo.

E comune denominatore tra le due inchieste, quella denomina “Tritone” e questa odierna chiamata “Propaggine”, c’è anche, se non con un ruolo di primo piano, il territorio pontino. A finire in carcere insieme ad altre 37 persone, tra cui i capi Carzo e Alvaro, ci sono anche il 43enne Francesco Greco di Sinopoli ma residente ad Ardea e, soprattutto, Francesco Condina, 41 anni, nato a Palmi (Reggio Calabria) ma residente ad Aprilia, accusato di associazione mafiosa, e già destinatario della misura degli arresti domiciliari per l’operazione “Tritone” che ha colpito la ‘ndrina di Anzio e Nettuno. In “Tritone”, secondo gli inquirenti, Condina avrebbe tentato di importare un ingente carico di cocaina dal Sudamerica, in collaborazione di altri due personaggi.

LATINA – Tra i sessantuno indagati dalla DDA romana nell’operazione “Propaggine”, c’è anche il 38enne Cosimo Rositano, nato anche lui a Palmi, ma residente a Borgo Grappa (Latina). Rositano è accusato di di aver detenuto illecitamente, nel capoluogo pontino, un numero imprecisato di armi da sparo, tra cui una pistola calibro 8 e un fucile automatico. Quelle armi sarebbero state offerte a due degli affiliati, Vincenzo Carzo (figlio del capo cosca Antonio) e Francesco Calò. Ecco perché quella “offerta” di armi costituisce per la DDA un’agevolazione dell’attività dell’associazione ‘ndranghetista. D’altra parte sia Vincenzo Carzo che il padre Antonio non pensavano in piccolo: in una delle conversazioni parlano di procurarsi una mitragliatrice Uzi e un bazooka. E per rifornirsi scelsero proprio l’armaiolo di Borgo Grappa, nonostante sia lo stesso Giudice per le indagini preliminari a definire non dimostrato l’incontro tra Rositano, gravato da precedenti di polizia (spaccio e porto illegale di armi), e i due affiliati alla ndrina. Un episodio che appare al Gip “equivoco”.

Ma Latina, secondo gli inquirenti, diventa non solo posto per reperire “giovanotti di buona volontà” così da dare una lezione a un debitore inadempiente, ma anche un luogo dove smaltire gli olii esausti che la ndrina capeggiata da Vincenzo Alvaro ritirava da molti ristoratori romani. Uno degli uomini di Alvaro, infatti, si sarebbe rivolto alla ditta ILSAP” di Borgo San Michele, gestita dai Martena (non indagati) per ottenere l’autorizzazione a scaricare presso i locali di Borgo San Michele tutto il materiale ritirato tanto da iniziare “un proficuo rapporto di collaborazione”.

Il capoluogo di provincia viene utilizzato dalla cosca di Alvaro e Palamara (altro cognome che rimanda ai soci più vicini agli Alvaro, compreso un matrimonio che ne sancisce l’alleanza) per il sistema delle ricariche. Infatti, attraverso il concorso di alcuni dipendenti di estrema fiducia del gruppo criminale che lavoravano nelle aziende sottoposte ad Amministrazione Giudiziaria, nonché tra i familiari del clan Alvaro/Palamra che lavoravano ancora nelle stesse, sarebbero transitate ingenti somme di denaro contante sulle carte prepagate, attraverso anomale operazioni di versamento frazionato, presso i punti SISAL, a favore di pochi fidati beneficiari. E quando a Roma era festivo perché capitava San Pietro e Paolo, uno dei Palamara si recò proprio a Latina per effettuare il versamento in un’agenzia di banca, con il beneplacito del direttore. Tra i beneficiari delle somme, tramite carte postepay, c’è anche uno degli arrestati, Rocco Barresi il quale avrebbe percepito redditi nel 2016 dalla Direzione Centrale Sistemi Informativi e Innovazione CED ubicata in Viale Nervi a Latina, nella struttura del Ministero delle’Economia.

APRILIA – Tornando ad Aprilia, Condina, secondo quanto riportato dalla Dia, risulta percettore di reddito da parte della impresa “Stradaioli Costruzioni Generali srl” di Aprilia. In uno degli episodi delineati dall’Antimafia, il capo cosca Antonio Carzo, contattato da un altro soggetto, denominato “il dottore”, si sarebbe interessato alla casa dove viveva quest’ultimo finita all’asta e la cui aggiudicazione era in predicato di finire nelle mani di un uomo di Aprilia. “Il dottore”, contattando Carzo, gli chiedeva se “su Aprilia…abbiamo qualche consulente“: un’affermazione che per gli inquirenti rimanda al fatto che Carzo potesse contare su almeno 100 persone affiliate alla locale laziale di stanza a Roma e nel Lazio.

Il “dottore”, avendo saputo le generalità del soggetto di Aprilia interessato all’asta, si rivolse al capo della ndrina Antonio Carzo il quale, intercettato, diceva al figlio Vincenzo che il giorno successivo o lui o il fratello si sarebbero dovuti recare ad Aprilia…da Ciccio”, ossia da Francesco Condina. Alla fine, anche perché consigliato dai famigliari, Carzo pare non sia intervenuto non riuscendo “a organizzare l’operazione a poche ore dall’asta” tanto è che l’asta fu aggiudicata.

Francesco Condina, però, nella voluminosa ordinanza della DDA, non è uno qualunque. Viene descritto come soggetto formalmente organico alla ‘ndrangheta, con una dote (ndr: una sorta di “grado”) della cosiddetta Società Maggiore, perché fornisce un costante contributo per l’operatività dell’associazione, in esecuzione delle direttive impartite da Carzo: in particolare, essendo organicamente inserito nel locale di Roma e avendo titolo per partecipare alle riunioni (le cosiddette mangiate), alle quali viene invitato, è a completa disposizione degli interessi del sodalizio e coopera con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo. Un vero e proprio fedelissimo di Carzo per gli inquirenti, Ciccio Condina, cognato di Ferdinando Ascrizzi, definito alleato storico e uno dei punti di riferimento del capo cosca stesso. È proprio in una conversazione tra Carzo, Condina e un un altro soggetto di Ardea, Greco, che il capo cosca esclama la frase che dà il nome all’operazione della DDA: “Noi siamo qua guardate quanto siamo belli qua…Noi abbiamo una di propaggine di là sotto”.

E Aprilia viene menzionata anche in riferimento a un recupero crediti, circostanza nella quale è protagonista l’altro capo cosca della ndrina romana, ossia Vincenzo Alvaro detto “Zio Melo”. Uno degli indagarti, Marco Pomponio, grossista di pesce della “Cala Roma”, creditore nei confronti di un fornitore di pesce di Aprilia, chiamò proprio “Zio Melo” per ottenere i soldi. A quest’ultimo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, per un episodio del 2016, fu sufficiente una chiamata: “Allora tu paga questa…domani paga quella che consegna e ci fai fare l’assegno a quello lì, a dieci giorni…se no me li fai incontrare a me…io sono Zio Melo”.

TERRACINA – C’è, inoltre, un altro personaggio finito agli arresti, Frantz Silvestri, che considerato affiliato e indagato per aver concorso nelle attività della ndrina, avrebbe consentito ai capi Carzo e Alvaro di acquisire la gestione e/o il controllo di attività economiche nei più svariati settori (ittico, della panificazione, della pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti), facendo poi sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie. Addirittura, per ottenere dei finanziamenti da istituti bancari, Silvestri si sarebbe servito di un uomo nato a Formia. Intercettato con Zio Melo, Silvestri parla di un’unità di alimentari a Terracina che la cosca avrebbe acquistato da un noto imprenditore. D’altra parte, a Terracina, uno altro degli indagati summenzionati, Marco Pomponio, avrebbe avuto il monopolio per le forniture di pesce.

E alla fine, uno degli indagati, Giuseppe Penna, finito nelle intercettazione della DDA, fa capire espressamente come si muovono gli esponenti della ndrina romana, menzionando anche un altro territorio pontino: “Come si possano fare gli affari su Roma, penetrando all’interno della Capitale ma senza urtare con i poteri mafiosi di tanti altri gruppi criminali che controllano le varie zone della Città Eterna…non è che io devo comandare qua a Roma…a Roma io lo so, questi della Magliana sono tutti amici nostri, tutti questi dei Castelli sono…questi dentro Roma, tutto l’Eur che sta tutto con noi…mano mozza…li conosciamo tutti…a Torvajanica…al Circeo…sono amico di tutti e mi rispetto con tutti”.

Non mancano, infatti, gli incontri di diplomazia e businness tra la ‘ndrina romana di Alvaro ed esponenti di altre cosche di ‘ndrangheta e camorra: come, ad esempio, nella riunione datata 18 ottobre 2016 con esponenti del sodalizio Farao-Marincola; oppure nel pranzo organizzato il 5 gennaio 2018 con Angelo Mazza (che proponeva un affare riguardante la fornitura di gelati e pizza), nipote di Gennaro Moccia e Anna Mazza, la cosiddetta Vedova nera della Camorra trapiantata a Formia prima della morte avvenuta a settembre 2017.

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