INTESTAZIONE FITTIZIA DE “LA LUCCIOLA”, NEL PROCESSO RISPUNTANO LE SOFFIATE

Latina, prosegue il processo per intestazione fittizia dei beni nei confronti del’ex gestore del locale sul lungomare di Latina “La Lucciola”

È entrato nel vivo oggi, 7 aprile, il processo per intestazione fittizia dei beni a carico del 48enne di Latina, Ivan Rapone, e di Jonatan Martufi, difesi dagli avvocati Gaetano Marino e Massimo Frisetti. Il processo è stato incardinato lo scorso novembre, dinanzi al secondo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Elena Nadile, ora sostituita dalla collega Francesca Zani. L’accusa era rappresentata dal pubblico ministero Antonio Priamo.

Dopo il sequestro de “La Lucciola”, oggetto della contestata intestazione fittizia dei beni, il Tribunale del Riesame di Latina aveva confermato il medesimo sequestro del locale sul lungomare di Latina, respingendo il ricorso del gestore di fatto, Ivan Rapone

A luglio 2024, su disposizione della Procura della Repubblica di Latina, il Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Latina, diretto dal tenente colonnello Antonio De Lise, coadiuvato nella fase esecutiva dai Carabinieri competenti per territorio, aveva dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Latina, Giuseppe Molfese.

Il provvedimento scaturisce dalla richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica di Latina, nei confronti del 48enne pontino, indiziato di aver intestato l’intero capitale sociale a degli interposti pur restando egli di fatto il vero dominus dell’intera compagine societaria. Il reato ipotizzato è intestazione fittizia di beni.

Gli accertamenti dei Carabinieri del Nucleo Investigativo, sotto la direzione del sostituto procuratore di Latina, Giuseppe Miliano, sono stati sviluppati a seguito di un’attività di contrasto a reati contro il patrimonio e l’economia che hanno consentito di riscontrare una sospetta operazione commerciale oggetto dell’odierno sequestro.

Le indagini avrebbero consentito di dimostrare che il 48enne, Ivan Rapone, per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, avrebbe intestato fittiziamente le quote societarie a due interposti.

Il 48enne, menzionato anche dai collaboratori di giustizia Agostino Riccardo e Renato Pugliese, come amico e persona vicina a personaggi del clan Travali, pur non essendo mai stato indagato per vicende connesse alle attività criminali del sodalizio, avrebbe quindi intestato senza alcuna ragione apparente il proprio locale a due persone. Un fatto che aveva attirato l’attenzione dei Carabinieri del Nucleo Investigativo e della Procura.

Il 48enne figurava come dipendente del locale, ma in passato era uno dei soci del locale sul lungomare di Latina. Secondo i Carabinieri, invece, l’uomo sarebbe il titolare di fatto della società che gestisce il locale. Fino al 2019, la società che gestiva il locale era “La Lucciola srl”, poi è subentrata la “Fabbrik srls”, intestata fino all’autunno scorso a un cameriere del locale.

Questi passaggi avevano insospettivo gli investigatori dei Carabinieri, convinti che il titolare, che ha precedenti per droga, volesse così evitare indagini a suo carico. Peraltro nel locale ha lavorato anche Gianluca Campoli, cognato del leader del sodalizio Travali, Angelo “Palletta” Travali, soggetto con cui il 48enne parrebbe aver intrattenuto un legame piuttosto solido.

Infine, ad avvalorare l’ipotesi dei Carabinieri, c’era una circostanza avvenuta nella primavera 2024 quando il 48enne, nel corso di un controllo del Nucleo Ispettorato del Lavoro, si interfacciò in prima persona pur non figurando come titolare del locale, invece del titolare formale, in realtà suo socio.

“Rapone – scriveva il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Molfese nel decreto di sequestro del ristorante – avrebbe acquisito informazioni dal clan Travali-Di Silvio su un possibile suo coinvolgimento nell’attività investigativa condotta dalla procura pontina”. È stato il collaboratore di giustizia, Renato Pugliese, a riferire di essere stato lui stesso, su precisa disposizione di Angelo Travali, ad avvisare Rapone di un’indagine che avrebbe portato a un’operazione delle forze dell’ordine.

Da qui i timore di essere coinvolto in qualche inchiesta con il possibile sequestro di beni. Ecco perché “in ragione delle notizie riservate acquisite e dei procedimenti penali pendenti a suo carico fa presumere – spiegava il Gip Molfese – che abbia deciso di liberarsi delle quote de La Lucciola srl per poi costituire la Fabbrik srls intestandola formalmente a dei prestanome”.

Di queste soffiate per l’indagine a suo carico, si è parlato anche quest’oggi quando, ad essere escusso, è stato uno dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina. Il militare ha menzionato la circostanza riferita dal collaboratore Pugliese per cui Rapone avrebbe pagato, con l’intermediazione di Angelo Travali, il poliziotti Carlo Ninnolino, un tempo in servizio presso la Squadra Mobile di Latina. Un contesto che è stato sviscerato già in due processi molto importanti: quello derivante dall’operazione “Don’t Touch” e quello denominato “Reset”. In entrambi i processi, Ninnolino è stato processato per le presunte soffiate ai Travali. Accusa da cui il poliziotto è uscito assolto. L’ultima assoluzione, come si ricorderà, è quella avvenuta a gennaio 2025 nel processo Reset. La Direzione Distrettuale Antimafia, peraltro, non ha fatto ricorso contro quella sentenza di assoluzione solo per Ninnolino e per Riccardo Pasini, altro personaggio accusato di aver agevolato questo passaggio di informazioni. Anche Pasino è stato assolto nel processo “Don’t Touch”.

Il processo sulle “teste di legno” de “La Lucciola” riprenderà il prossimo 17 novembre.

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