IMMIGRAZIONE CLANDESTINA TRA FONDI E TERRACINA: CONDANNE E 2 MILIONI DI MULTA PER INTERMEDIARIO E TITOLARE DEL CAF

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Immigrazione clandestina tra Fondi, Terracina, Monte San Biagio, e Pontinia: definitiva la sentenza per due pontini

Diventano definitive le condanne di due uomini, Roberto Pietrocini (gestore di un Caf) e Giuseppe Peppe (intermediario), rispettivamente originari di Maenza e Fondi. Entrambi difesi dall’avvocato Massimo Basile, i due imprenditori si sono visti respingere i ricorsi dalla Corte di Cassazione.

A ottobre ottobre 2023 la Corte di assise di Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Latina, presieduta dal giudice Gian Luca Soana, nel marzo 2022, aveva confermato le condanne nei confronti di Roberto Pietrocini e di Giuseppe Peppe. Accusati di aver violato il testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, i giudici romani dell’Appello avevano concesso le attenuanti generiche prevalenti sulla residua aggravante e ridotto le pene loro irrogate.

Per Pietrocini (66 anni), 3 anni e 2 mesi due di reclusione (in primo grado 5 anni e 6 mesi), oltreché a 1 milione di euro di multa; per Peppe 3 anni di reclusione (in primo grado 5 anni e 2 mesi), più 990.000 euro di multa. Per entrambi l’interdizione temporanea dai pubblici uffici.

I due uomini erano stati coinvolti un imponente processo che aveva visto sul banco degli imputati diversi imprenditori e intermediari, anche stranieri, accusati di sfruttare l’immigrazione clandestina. Un’altra vicenda molto attuale dopo la tragedia di Satnam Singh avvenuta a Latina lo scorso giugno.

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L’avviso di conclusioni indagini a carico di 35 imputati arrivò nel 2017: a parte l’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione (reato caduto già nel primo grado di giudizio), fu contestata la contraffazione e il falso ideologico per aver indotto in errore pubblici ufficiali adibiti al rilascio di nulla osta di ingresso, visti di ingresso e rilascio di permessi di soggiorno.

Nel corso del dibattimento di primo grado presso il Tribunale di Latina, il Pm aveva chiesto prescrizione e assoluzione per i restanti 22 imputati, compreso il collaboratore di giustizia Angelo Riccardi, un tempo affiliato al Clan Zizzo di Fondi, le cui dichiarazioni avevano corroborato le indagini per l’ipotizzato sistema di sfruttamento dei migranti che sarebbe stato messo in pratica dagli imprenditori sotto processo.

Secondo l’accusa, gli immigrati pagavano anche fino a 15mila euro per ottenere il visto di ingresso così da entrare in Italia per poi vivere in clandestinità. Erano tutti più o meno giovani, soprattutto dal Bangladesh (anche da India e Pakistan), i quali sarebbero stati sfruttati da imprenditori, per lo più di Fondi, e da impiegati nei patronati.

A condurre le indagini furono, a partire dal 2014, i poliziotti della Questura di Latina e del Commissariato di Fondi che indagarono su delega della Procura della Repubblica di Roma – Direzione distrettuale antimafia.

Quanto a Gisueppe Peppe – ricorda la Cassazione che ha respinto il suo ricorso – la Corte d’Appello ha ritenuto provato, anche dalle ammissioni dello stesso imputato, che egli ha fatto da intermediario tra alcuni imprenditori e l’indiano Halder Uttam, che ritirava la documentazione e si occupava di far avere i nulla osta agli stranieri assunti fittiziamente, ha accompagnato al CAF di Roberto Pietrocini
uno degli imprenditori coinvolti e allo sportello unico di Latina un ulteriore imprenditore.

La Corte d’Appelo ha ritenuto dimostrato, pertanto, che egli si sia occupato di individuare le aziende disponibili a presentare domande di assunzione per lavoratori stranieri finalizzate alla loro immigrazione clandestina, dal momento che nessuno dei soggetti fatti giungere in Italia ha mai lavorato presso tali aziende, benché gli imprenditori chiedessero conto di tale mancato arrivo. Inoltre, i giudici hanno ritenuto non credibile che Peppe non si rendesse conto della fittizietà delle domande che contribuiva a presentare, considerato che ha ritirato più nulla-osta rispetto alle esigenze di uno dei datori di lavoro e sulla scorta anche delle dichiarazioni del coimputato Angelo Riccardi.

Quanto a Pietrocini, la Corte d’Appello ha ritenuto provata la sua responsabilità dalle dichiarazioni della vice commissario di Polizia, dalla verifica dell’invio tramite il suo CAF di molte domande a nome di uno dei coimputati, dal ritrovamento presso il suo CAF di false denunce aziendali, e dalle dichiarazioni di alcuni imprenditori circa l’invio delle loro domande tramite il suo CAF ovvero tramite la e-mail sua o di sua moglie, titolare del CAF stesso, benché essi non avessero avuto alcun rapporto né con lui né con detto ufficio, presso il quale, infatti, non è stata trovata alcuna delega per la presentazione delle domande di assunzione e della relativa documentazione, richiesta invece dalla legge.

Contro questa sentenza d’Appello, i due imputati hanno presentato ricorso ritenuto non meritevole di accoglimento da parte della Cassazione, rendendo definitive condanne e multe.

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