IL RICORDO DI VITTORIANO CAVADI: FU TRA I FONDATORI DELLA CGIL SCUOLA

Vittoriano Cavadi
Vittoriano Cavadi

Oggi, 19 ottobre, alla Camera del Lavoro di Latina, è stato ricordato Vittoriano Cavadi nel giorno in cui avrebbe compiuto 83 anni. Un incontro senza particolare solennità, per ricordare uno dei fondatori della Cgil Scuola di Latina, il militante del PCI, l’amico.

Con lui – spiega l’organizzatore dell’evento, Marcello Ciccarelli – molti hanno condiviso anni di impegno civile e la convinzione che le idee e la partecipazione potessero cambiare il mondo. Una fiducia di “poveri comunisti” ma capace di tenere vivo il senso della responsabilità collettiva anche di fronte al diffondersi
dell’egoismo e dell’individualismo.

Vittoriano è stato un esempio di grande laicità, non aveva bisogno di giudicare gli altri per sentirsi migliore, né di contrapporsi per affermare la propria identità. Gli bastava essere fedele a se stesso.

IL RICORDO DI CICCARELLI – Anche tu, caro Vittoriano, sei andato via. Altri, prima di me, hanno ricordato chi sei stato. A me tocca salutarti per ultimo e lo faccio come amico. Sei stato il primo che ho avuto quando arrivai a Latina, nel 1971. Il primo compagno di strada. Quello con il quale ho vissuto tutti i pomeriggi il sindacato e la sezione.  

Sono passati più di cinquant’anni e sembra impossibile. Eravamo otto coppie di amici quando scegliemmo di abitare al Villaggio Covelli.  Che non fu soltanto il luogo dove avevamo casa ma una piccola comunità che costruimmo giorno per giorno. 

Le porte restavano socchiuse, le cene nascevano all’ultimo momento e finivano tardi, e si discuteva senza fine di scuola, di politica, di come avrebbe dovuto essere il mondo. Ci dividevamo solo l’estate, io a Ventotene, tu a San Vito Lo Capo a Macari. Oggi di quelle coppie sono rimaste quasi solo le donne e i ricordi.

Non te l’ho mai detto abbastanza. Del resto non mi avresti creduto: avresti sorriso, abbassato lo sguardo e cambiato discorso. Ma per me sei stato un maestro di laicità. Non con le parole, che non sono mai state la tua specialità, ma con il tuo modo di stare al mondo. La tua laicità non era la terra di nessuno, in cui tutte le idee si equivalgono e ciascuno si sente autorizzato a fare ciò che vuole, a cominciare da se stesso. 

La tua era una casa costruita sul rigore morale che non avevi bisogno di esibire. Non hai mai avuto mai la pretesa di farlo diventare il metro di misura del rigore degli altri. Non giudicavi gli altri per sentirti migliore, non mettevi in discussione le loro scelte per rafforzare le tue, non ti definivi contro qualcuno. Ti bastava essere fedele a te stesso.

Proprio questa tua solida coerenza ti rendeva capace di rispettare davvero gli altri. Non per indifferenza, ma per la tranquillità di chi sa dove si trova e non ha bisogno di alzare la voce. La tua era una un’onestà senza moralismo. 

La città ti ha conosciuto in due stagioni diverse: prima e dopo l’ictus che colpì te e, con te, Clara, la tua “Ciccia”, compagna di una vita. Io voglio ora ricordare soprattutto il primo Vittoriano, per restituirlo a chi non l’ha conosciuto.

Quello con la barba, il papillon, i capelli lunghi. Quello che cantava le canzoni della sua terra, I battaglieri del Simeto, e io non sapevo nemmeno che il Simeto fosse un fiume siciliano. Quello che quando attaccava Addio Lugano bella ci trascinava tutti nel coro.  

Era il tuo modo naturale di tenere insieme le persone, di fare di un gruppo di amici una comunità. Quei canti, quei momenti erano pieni di quello che eri: la passione civile, la nostalgia delle radici, una dolcezza che tenevi nascosta dietro la tua ironia, mai graffiante.

Il sindacato, più ancora del partito, è stato il tuo campo di azione civile. Era il 1972. Nella nostra scuola, su centocinquanta docenti, le tessere della Cgil erano due: la mia e la tua. L’anno dopo, con Lucio, diventarono tre. 

Eppure in soli due anni riuscimmo a creare la Cgil Scuola provinciale, un’organizzazione autorevole e riconosciuta. E tu ne eri una parte decisiva, per capacità organizzativa e soprattutto per la lucidità con la quale capivi il corpo docente. 

Di quegli anni ricordo quando riuscimmo a portare in piazza i docenti, che fino ad allora non ci avevano mai pensato, a sfilare “come operai”, diceva qualcuno.

Poi ricordo gli anni in cui tu guidavi la Cgil Scuola e Natalino la Cisl Scuola, in un dialogo fraterno e quotidiano che oggi sembra impensabile. Avevi tutte le qualità del leader: la capacità di creare legami, di organizzare, di sentire prima degli altri dove spirava il vento. 

Ma il palcoscenico ti intimoriva e ti creava ansia e così sceglievi di stare un passo indietro. Ma non avevi bisogno di un ruolo per occupare il centro della scena e non hai mai perso    autorevolezza. Erano tempi nei quali ritenevamo che per cambiare il mondo fossero sufficienti le idee, la correttezza dei comportamenti e la partecipazione. Del resto non avevamo altro da offrire come offerta politica. 

A Latina eravamo minoranza: il potere politico, culturale e sociale apparteneva stabilmente ad altri. Non disponevamo dei mezzi che il potere offre a chi lo esercita e anche il partito ci riservava poco di quel poco che aveva a disposizione. 

Avevamo soltanto noi stessi. E forse anche per questo coltivavamo la serietà nel lavoro, la correttezza dei comportamenti, il senso del dovere. Agli elettori offrivamo l’esempio delle nostre vite. Era quella la nostra propaganda.

Dobbiamo dircelo con onestà: l’efficacia politica è stata minima. Non siamo riusciti a creare il consenso necessario per far valere le nostre idee. Siamo sempre rimasti, come qualcuno, con molta educazione, ci avrebbe chiamati “dei poveri comunisti”. Siamo stati ingenui, noi che credevamo di capire la politica. Ma una sconfitta politica non è la sconfitta delle idee. 

Le nostre non hanno perso. L’onestà nei comportamenti, la serietà del lavoro, il rispetto per chi la pensa diversamente, l’idea che la politica debba servire gli altri e non servirsene, queste continuano a contare.  Intanto hanno contato per noi. Ci hanno protetto dall’individualismo esasperato che ha trasformato il fare politica. Poi arrivò l’ictus, mesi di coma che i medici giudicavano senza ritorno. 

Eravamo lì, giorno e notte, accanto a Clara, che non ti lasciò mai. Organizzavo i turni perché tu non restassi mai solo. Ti vegliavamo attraverso un vetro e ti parlavamo, per dirti che eravamo lì e che ti aspettavamo. Una notte, alle tre, Paolo svegliò tutto l’ospedale perché eri caduto dal letto. E tu tornasti. Ma tornasti diverso e forse eravamo diventati diversi anche noi.

Non volesti più partecipare alla vita politica attiva. Credo di sapere perché: temevi la compassione più della solitudine, non volevi che la fragilità nella quale vivevi avesse il sopravvento sulla persona. Così ti ritirasti in casa e, poco alla volta, dentro te stesso. 

Restavano le telefonate che a ogni elezione mi facevi per sapere quali preferenze dare e la tua presenza alle iniziative del partito. Dove non prendevi mai la parola. Un rimprovero però devo fartelo. Quando ti sei isolato, non hai pensato abbastanza a noi. 

Avremmo potuto dividere i silenzi, i ricordi e le lamentele degli anziani sui giovani che non sono mai bravi come eravamo noi. Ma ti abbiamo capito, perché ognuno di noi, a suo modo, ha preso la sua strada della solitudine.

Riguardo indietro ne penso che ci sono persone, nella tua vita, che ti cambiano senza fare rumore. Solo quando non ci sono più ci accorgiamo che una parte del nostro modo di guardare il mondo era anche la loro. Tu sei stato una di queste. Mi sarebbe piaciuto chiederti se abbiamo lasciato qualcosa. 

Se quella nostra idea della politica, fondata sulla partecipazione, sulla giustizia e sulla solidarietà, abbia messo radici abbastanza profonde. Guardando oggi il mondo sembra di no. 

Invece quando ascolto i giovani sento quella nostra stessa domanda: una politica più giusta, capace di servire anziché servirsi. Non frequentano le sezioni, non riempiono le assemblee come facevamo noi. Usano parole e strumenti che spesso non capiamo. Ma cercano la stessa cosa. 

Mi auguro, spero, che non facciano il nostro percorso. Che riescano dove noi non siamo riusciti, senza perdere ciò che da senso all’idea di politica. Non siamo riusciti a cambiare il mondo, ma forse abbiamo custodito un’idea. Ecco, questa è una cosa che avrei voluto discutere con te. E avrei dovuto venire a prenderti, a tirarti fuori dal guscio. Questo mi pesa. Ho finito, caro Vittoriano. 

Rileggendo, mi accorgo di aver detto quasi sempre “noi”. Quando ripenso a quegli anni, siete tutti lì, intorno allo stesso tavolo, a discutere, a ridere, a immaginare il mondo, a fumare sigarette che ci hanno scavato i polmoni. È l’immagine che il tempo non cancella. Poi riapro gli occhi e quel “noi” non c’è più. 

Eppure non riesco a sostituirlo con un “io”. Un’amicizia lunga una vita non conosce il singolare: anche quando qualcuno se ne va, continua a vivere nel plurale di chi resta. È questo il “noi” che porterò con me.  Non ti offendere, amico mio, se insieme a te porto anche tutti gli altri. So che saresti stato d’accordo. 

E porto con me anche Clara. Pochi giorni fa mi ha detto di essersi accorta che faceva le cose per te e che adesso non sa cosa fare per sé. Cara Clara i ricordi non si cancellano. Puoi solo imparare a tenerli in una stanza, anche nel salotto, ma non lasciar loro  occupare tutta la casa. Noi ti staremo vicini perché ci riesca. Ciao amico mio. 

Articolo precedente

NASCE “LONGEVITY VALLEY”: NEL LAZIO UN CAMPUS PER LA SCIENZA DELLA LONGEVITÀ

Ultime da Cronaca