Il caso Sperlonga, a intervenire è il Partito Democratico locale: “Quando la legalità diventa un peso di cui liberarsi”
“I molteplici filoni dell’ultima inchiesta giudiziaria – che si è abbattuta su Sperlonga con la violenza devastante di un uragano – ruotano tutti intorno ad un unico perno, costituito dalla straripante figura di un sindaco che da quasi trent’anni è il “dominus” assoluto del paese. Dalle numerosissime intercettazioni
telefoniche e ambientali emerge, con sconvolgente limpidezza, una gestione assolutamente personalistica e dispotica della cosa pubblica, che giunge fino al dossieraggio e allo spionaggio illegale su privati cittadini.
Questo è il quadro che emerge dalle indagini dettagliatamente riportate in una informativa di 250 pagine inviata dalla Compagnia dei Carabinieri di Terracina alla Procura della Repubblica di Latina. Ciò che più impressiona della lettura della suddetta informativa è la vastità del numero dei comportamenti delittuosi che sarebbero stati compiuti e che spaziano nella vasta gamma dei reati previsti dal Codice penale. Da tale informativa è derivata la richiesta di provvedimenti restrittivi fatta dal PM al GIP e da questi sostanzialmente confermata nella sua ordinanza (44 pagine) dello scorso 19 febbraio. La sola richiesta respinta è quella che riguardava proprio il sindaco, ma perché ritenuta troppo mite per una persona che – così scrive il GIP – “ha fatto dell’illegalità una scelta di vita”.
Ancora una volta si disvela che la vita amministrativa del candido borgo risulta pesantemente inquinata da vicende, comportamenti e personaggi che avevamo creduto potessero esistere solo nella finzione cinematografica o in quelle terre maledette dove si annidano mafia e criminalità.
Fra i tanti comportamenti illegali che – stando alle risultanze delle indagini – hanno costellato l’azione governativa del sindaco di Sperlonga, ci ha particolarmente impressionato l’operazione messa in atto per ottenere il trasferimento del Comandante della locale Stazione dei Carabinieri. Il luogotenente Salvatore Capasso, noto e stimato per la sua fama di eccellente investigatore, non condizionabile in alcun modo, agli occhi del sindaco aveva una grave, imperdonabile colpa: quella di indagare – su specifico mandato della Procura – sui ”magheggi” amministrativi del Primo cittadino e su vicende urbanistiche che apparivano incredibili perfino agli occhi dei semplici cittadini.
L’operazione per eliminare da Sperlonga l’unico presidio di controllo della legalità fu coronato da successo: il luogotenente Salvatore Capasso, per essere stato un fedele e incorruttibile servitore dello Stato, fu trasferito a Roma, grazie all’intervento di “alti papaveri” fatti contattare dal sindaco di Sperlonga. Un trasferimento che si traduceva in una vera e propria punizione se si pensa che venne relegato in un ufficio con mansioni esclusivamente amministrative, con grave danno sia professionale e sia alla sua vita privata. Di contro a comandare la Caserma di Sperlonga veniva inviato un maresciallo proveniente da esperienze professionali prettamente amministrative.
Il piano congegnato per eliminare Capasso appare particolarmente raccapricciante perché contraddistinto da un triplice livello di deprecabilità. Al di là della intrinseca illegalità dell’intento punitivo, il piano ha rivelato una totale assenza di princìpi etici e inoltre aveva in se un grave significato eversivo. Ma proviamo a capire i perché.
In un sistema democratico, un amministratore pubblico che utilizzi il suo potere non per il bene della collettività, ma per attuare una ritorsione nei confronti di un integerrimo servitore dello Stato, compie un delitto contro la Pubblica Amministrazione. Si tratta, dunque, di un comportamento esattamente opposto al ruolo istituzionale di un sindaco, che dovrebbe essere sempre a favore o in difesa della Pubblica Amministrazione. Se poi la ritorsione è diretta contro un pubblico ufficiale, come nel caso del comandante Capasso, allora la vicenda assume una straordinaria gravità, tanto più che la ritorsione non solo era finalizzata a danneggiare un graduato dell’Arma, ma anche a interferire con il corso della giustizia. Inoltre, un sindaco che usi il proprio potere e la propria influenza per colpire un luogotenente dell’Arma, oltre a un reato comune, compie un attacco al principio costituzionale della separazione dei poteri e cioè mina il principale fondamento della democrazia.
Vi è, infine, la rilevanza puramente penale dell’azione messa in atto dal sindaco perché produce a sé stesso un vantaggio ingiustificato (fermare l’indagine) e arreca un danno ingiusto al militare che stava correttamente compiendo il suo dovere. A tutto ciò si deve aggiungere il reato di spionaggio abusivo e di violazione della privacy, per aver indagato sulla vita privata del carabiniere e della moglie senza alcuna autorizzazione legale.
Un cenno, infine, all’aspetto etico della vicenda, in merito alla quale va rilevata la mancanza di scrupoli nel tentare di colpire l’integrità morale del Comandante dei Carabinieri e, come se non bastasse, l’estensione delle indagini sulla vita privata della moglie del luogotenente. Sono fatti, questi, che solitamente si trovano nelle metodologie mafiose o nei regimi autoritari, e che appaiono ancora più gravi e incredibili se messi in atto da un sindaco che, per ricoprire la sua carica, ha giurato fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione.
Chi come noi, è abituato (forse per eccesso di ingenuità) a mettere al primo posto il rispetto umano e la stima per chiunque compia la propria professione o il proprio mestiere con serietà, dignità e competenza,
vede in questa vicenda l’esempio di cosa significhi introdurre nella vita pubblica la regressione alla legge della giungla. Ma è proprio in questa drammatica consapevolezza che si rafforza il nostro impegno per il rispetto della legalità e della giustizia e, al tempo stesso, cresce la nostra passione per un impegno civile, politico e culturale che faccia argine all’imbarbarimento delle coscienze”.
