Il quotidiano “Domani” ha rivelato che il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi sino allo scorso dicembre figurava nell’organigramma di una società, chiamata “Termo”, con sede a Fondi.
Caputi figurava nell’organigramma aziendale con la qualifica di presidente dell’Organismo di vigilanza (Odv), chiamato a sorvegliare sul rispetto delle disposizioni della legge 231 sulla responsabilità delle aziende in caso di reati commessi da amministratori e dirigenti. che “vendeva” a un istituto di credito proventi intercettati legati ai vari Superbonus. Di questa società, per l’appunto, il capo di gabinetto di Palazzo Chigi era il presidente dell’organismo di vigilanza.
Niente di anormale se non fosse che Caputi, in qualità di funzionario dello Stato, non avrebbe mai dichiarato la sua nomina a fianco di Giorgia Meloni alla società per la quale era pagato per “sorvegliare sul rispetto delle disposizioni della legge 231 sulla responsabilità delle aziende in caso di reati commessi da amministratori e dirigenti”.
“Domani” scrive che la nomina di Caputi “non è mai stata inserita nelle dichiarazioni che il capo di gabinetto di Palazzo Chigi, al pari di tutti gli alti burocrati, deve obbligatoriamente pubblicare. Risulta a questo giornale che tre mesi fa, a dicembre 2025, Caputi ha rassegnato con effetto immediato le sue dimissioni dall’Odv dell’azienda laziale. Lo stesso Caputi è stato chiamato anche nel consiglio di amministrazione di Ulixes sgr, società di gestione del risparmio controllata con sede a Fondi.
Un incarico, quest’ultimo, a cui il capo di gabinetto di Palazzo Chigi ha rinunciato nel novembre del 2022, subito dopo la nomina governativa. Nel caso della società di cui Caputi era l’Odv, invece, il passo indietro è stato annunciato, come detto, poco più di tre mesi fa, quando l’azienda era in piena crisi, con i soci alla disperata ricerca di capitali per finanziare il salvataggio. Nei documenti ufficiali si legge che nell’arco di due anni si sono più che dimezzati i ricavi, pari a circa 40 milioni nel 2023”. Ancora il quotidiano “Domani”: ”A fare le spese del crollo sono stati in primo luogo i dipendenti: ne restano in organico 45 contro i 130 a libro paga quando il Superbonus andava a gonfie vele e la società gestiva lavori di riqualificazione energetica e offriva consulenza alle banche per l’acquisto dei crediti di cui lo Stato garantiva il rimborso. Proprio lo stop alla cessione dei crediti deciso dal governo tra il 2023 e il 2024 ha segnato l’inizio della crisi […] che ha finito per coinvolgere anche un’azionista di Stato. Tra i soci, infatti, compariva anche il Fondo italiano di investimento (Fii) che fa capo alla Cassa depositi e prestiti e raccoglie denaro sul mercato per indirizzarlo verso aziende di taglia medio-piccola”.
