DIRTY GLASS: IL MONDO DI IANNOTTA TRA “IMPRENDITORIA”, CLAN DI SILVIO E L’UOMO LEGATO A BARDELLINO

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Luciano Iannotta
Luciano Iannotta

Operazione Dirty Glass, la nota della Questura di Latina sugli arresti che hanno coinvolto l’imprenditore Luciano Iannotta, uomini dello Stato e persino una vecchia conoscenza della camorra legata un tempo al fondatore del Clan dei Casalesi Antonio Bardellino. L’indagine Dirty Glass è scaturita da un’estorsione simulata che ha condotto gli uomini della Squadra Mobile di Latina nel mondo del Presidente di Confartigianato Imprese. Determinanti episodi citati nell’inchiesta sul Clan Di Silvio “Alba Pontina” e le dichiarazioni dei due pentiti

Questa mattina, la Squadra Mobile di Latina, in collaborazione con le Squadre Mobili di Napoli, Lucca e Caserta, ed il supporto della Divisione Anticrimine della Questura di Latina e del Reparto Prevenzione Crimine di Roma e Napoli, ha dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare predisposta dal Gip di Roma Antonella Minunni (oltre 350 pagine), nei confronti di 12 persone, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, di cui quattro sottoposti alla misura della custodia cautelare in carcere; sette  sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari ed  uno sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Latina, tutti indagati a vario titolo per reati in materia fiscale e tributaria, violazioni della legge fallimentare, estorsione aggravata dal metodo mafioso, intestazione fittizia di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accesso abusivo a sistema informatico, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale,  turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto d’armi da fuoco. 

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Eseguito anche il sequestro preventivo di 4 società.

Le indagini sono partite a seguito di una denuncia sporta nel dicembre del 2017, nella quale un uomo, l’imprenditore legato a Iannotta, Luigi De Gregoris, dichiarava di aver rinvenuto una busta dinanzi alla porta d’ingresso del suo ufficio, intestata “al signor Luigi” e contenente alcune munizioni ed un biglietto con la scritta “bastardo devi pagare. Notizia di reato poi rivelatasi costruita ad arte dal denunciante, con la presunta complicità di un ex poliziotto.

UN’INDAGINE PARTITA DA ALBA PONTINA – Gli elementi raccolti nel corso dell’indagine, dai poliziotti delle Squadre Mobili di Latina, Napoli, Lucca e Caserta, anche alla luce delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (ndr: Renato Pugliese e Agostino Riccardo), consentivano di affermare come alcuni degli indagati abbiano simulato un’estorsione a carico di un uomo (episodio citato nell’inchiesta Alba Pontina), tentando di incolpare ingiustamente di tale condotta altre persone; scopo dell’operazione era attribuire a Biagio Ippoliti e al figlio Rocco Ippoliti la responsabilità non solo dell’estorsione in danno di Luigi De Gregoris, ma anche quella di aver dato mandato ad Armando Di Silvio detto Lallà (ndr: sotto processo nel procedimento Alba Pontina e boss di un ramo del Clan Di Silvio a Campo Boario nel capoluogo), per il recupero dei 50.000,00 euro versati a titolo di caparra confirmatoria a De Gregoris per l’acquisto di un terreno. 

Le attività tecniche di intercettazione, dunque, svolte al fine di accertare l’identità dell’autore delle intimidazioni apparentemente realizzate ai danni di De Gregoris consentivano diversamente di apprendere la consumazione di una serie rilevante di reati di matrice economica riconducibili al mondo imprenditoriale facente capo a Luciano Iannotta che secondo il Gip Minunni “si conferma il punto di riferimento indiscusso, lo stratega del gruppo, sempre pronto ad intervenire per sistemare le cose, è lui che risolve le questioni sorte all’interno del gruppo e che suggerisce ogni volta le strategie difensive e che si muove senza scrupoli nelle varie attività economiche-imprenditoriali, è recidivo avendo riportato, tra l’altro, condanne per fatti analoghi (nel 1997 è stata emessa a suo carico una sentenza dichiarativa di fallimento ed anche una condanna per frode nell’esercizio del commercio). Ha una caratura criminale e scaltrezza davvero eccezionale”.

In particolare, emergeva sin dall’inizio dell’attività tecnica come dietro a De Gregoris e alle imprese dallo stesso rappresentante si celava l’attuale Presidente di Confartigianato Imprese e Presidente del Terracina Calcio, nonché imprenditore, Luciano Iannotta, reale amministratore di numerose società fittiziamente intestate al primo.

Si aveva infatti modo di accertare come da un lato l’esistenza di numerosi procedimenti penali a carico di Iannotta abbia evidentemente determinato lo stesso a schermare la propria partecipazione in un elevato numero di società tramite alcuni uomini di fiducia (De Gregoris si è rivelato essere il più vicino all’imprenditore), e dall’altro come tali operazioni di intestazione fittizia delle quote sociali sia stata preordinata altresì alla realizzazione del riciclaggio di proventi di attività delittuose.

Le modalità di acquisizione di alcuni compendi aziendali, grazie alla complicità tra gli altri di Pio Taiani (ndr: arrestato nel novembre 2017 a Benevento per tentato omicidio; poi liberato dal Tribunale del Riesame), consentivano poi di accertare fatti di bancarotta fraudolenta realizzati al fine di subentrare nella gestione di aziende in dissesto in prossimità della declaratoria di fallimento, in tal modo sottraendo ai creditori delle imprese decotte i principali assets al di fuori della procedura concorsuale: è il caso delle Società riconducibili ad un gruppo, di proprietà di Franco Pagliaroli.. 

Nella medesima direzione, veniva registrata una serie di operazioni di riciclaggio di fondi di provenienza delittuosa riconducibili ad alcuni soggetti campani, Gennaro e Antonio Festa, che, tramite simulate operazioni di compravendita immobiliare, e aumenti di capitale sociale in società partecipate, reimpiegavano centinaia di migliaia di euro nelle imprese riconducibili a Iannotta.

In tale contesto, emergeva la figura di Pasquale Pirolo, soggetto condannato tra l’altro per il reato di cui al 416 bis poiché contiguo a clan camorristici, che ha avuto un ruolo attivo nel mettere in contatto i fratelli Festa con Iannotta per consentire l’operazione di riciclaggio attraverso la ricapitalizzazione della società ITALY Glass con denaro illecito. Secondo quanto argomentato dal GIP di Roma, Pirolo avrebbe inoltre dimostrato disinvoltura nell’intervenire presso un funzionario dell’Agenzia delle Entrate di Roma rimasto non identificato, per consentire proprio a Iannotta di risolvere un contenzioso dietro il pagamento di una tangente di 25mila euro.

PASQUALE PIROLO – Su questo personaggio è doveroso aprire una corposa parentesi. Pasquale Pirolo non è un soggetto che passa inosservato. Ritenuto uno dei luogotenenti del boss dei Casalesi Michele “Capastorta” Zagaria tanto che si sospettò che in realtà fossero di quest’ultimo i beni sequestrati a Pirolo e ad altri presunti complici (beni per un valore di 50 milioni di euro distribuiti tra la provincia di VeronaFoggia e Reggio Emilia). Secondo le carte della Dda di Napoli, Pirolo è stato citato in guerre di camorra per togliere di mezzo Raffaele Cutolo e per far fruttare i soldi dei clan vincenti, con addentellati nel mondo della P2 di Licio Gelli.

In passato, Pirolo è stato infatti considerato, come riportava Il Fatto nel 2011, l’alter ego “nel settore del reimpiego dei capitali illeciti” di Antonio Bardellino, con cui è stato tratto in arresto il 2 novembre 1983. Entrambi vengono individuati a Barcellona, proprio dove Pirolo risiedeva, e con lui è stato condannato il 29 aprile 1986 dal Tribunale di Napoli con sentenza divenuta definitiva. E ancora a Bardellino resterà legato fino al maggio 1988, anno in cui quest’ultimo muore (o scompare) durante la latitanza in Brasile.

Pirolo, il 20 novembre 1984, venne estradato in Italia e iniziò a collaborare con la procura di Santa Maria Capua a Vetere. Ma come 11 anni più tardi – scriveva Il Fatto – quella collaborazione venne ritenuta “parziale e interessata” per arrivare nel giro di breve a ottenere la scarcerazione e la restituzione dei beni che già negli anni Ottanta gli erano stati sequestrati.

L’anno successivo, nel 1985, Pirolo ricominciò a collaborare con i clan della camorra tanto da iniziare di nuovo l’attività della General Beton, società che aveva fondato per conto di Bardellino per entrare nel giro del calcestruzzo del post-terremoto irpino del 1980. In quest’azienda c’è anche Vincenzo Zagaria come socio e la società era entrata nel Cedic, un consorzio che riuniva una serie di aziende casertane

Con il ritorno in affari di Pirolo, dopo l’arresto, inizia lo svuotamento della General Beton per frodare i creditori. Intanto crea un’altra società, la Icm, che rileva impianti e mezzi dell’azienda esistente e si lancia in nuove opere pubbliche, come la sistemazione dei Regi Lagni, vicenda finita con undisastro ambientale che ha portato ancora nel 2009 la Regione Campania a stanziare 50 milioni di euro per bonificare quella che viene considerata una fogna a cielo aperto collegata ai pozzi di irrigazione. Tornando però indietro, nel 1989 la Icm e i suoi beni strumentali finiscono a un altro boss dei casalesi, Carmine Schiavone. Il quale, da quel momento, dimostrerà tuttavia di non apprezzare la gestione Pirolo a causa di una serie di crediti che la società non riesce a incassare.

Negli anni Novanta, Pirolo fu coinvolto tra il 1997 e il 1998 nell’importazione soprattutto dal Venezuela di cocaina nascosta in scarpe e computer portatili. Venne indagato dalla procura di Milano per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Assolto dalle accuse più gravi (saranno i suoi complici a essere descritti come i vertici della rete di trafficanti), questa vicenda giudiziaria lo portò però a essere individuato come uno dei terminali verso la Bulgaria e come il fondatore della Hercu Italia, consorella da questa parte dell’oceano dell’omologa venezuelana coinvolta nel traffico intercontinentale.

Negli anni Duemila, arrivarono per Pirolo gli affari nel mattone con vecchi interlocutori della P2. È a questo punto che emergono i nuovi soci, quelli che “si prestano a operazioni di intestazione fittizia dei beni”. Tra loro compare l’immobiliarista Alvaro Giardili, un pregiudicato che fin dal 1983 viene indicato come personaggio ad “alta pericolosità” dall’Alto commissariato antimafia. Inoltre, stabilirà la Corte d’Assise di Roma, “aveva la disponibilità dell’autovettura blindata di Francesco Pazienza (ndr: consulente del Sismi ai tempi della direzione del piduista Giuseppe Santovito), che era in contatto con vari esponenti della camorra”. Sul cadavere “del camorrista Vincenzo Casillo” – poi ucciso a Roma il 29 gennaio 1983 dall’esplosione della sua auto nella guerra tra cutoliani e Nuova Famiglia e con un ruolo nella liberazione dell’assessore campano Ciro Cirillo – “venne rinvenuto un suo biglietto da visita”.

DIRTY GLASS – Tornando all’indagine odierna, denominata Dirty Glass, il proseguo dell’inchiesta disvelava al contempo la commissione di altri reati contro la Pubblica amministrazione: Luciano Iannotta, Natan Altomare e Luigi De Gregoris turbavano la gara nei pubblici incanti, in relazione alla procedura esecutiva di beni di proprietà di una società riconducibile ad un prestanome del Iannotta.

Più singolare e significativo l’episodio nel quale il gruppo Iannotta-Festa veniva coinvolto nell’apparente corruzione di un funzionario della Regione Lazio, grazie al rapporto di Altomoare. con alcuni imprenditori e funzionari pubblici, finalizzata all’illecita aggiudicazione di una procedura aperta bandita per la fornitura di cassonetti destinati alla raccolta dei rifiuti.

Tale episodio, alla luce di quanto ricostruito, si rivelerà una truffa ordita da ignoti che nell’occorso riuscivano a spillare a Iannotta la somma di 600.000 euro in contanti; nei giorni successivi Iannotta si metteva alla spasmodica ricerca delle persone responsabili del raggiro da lui subito, insieme a Natan Altomare, Pio Taiani ed altri soggetti, i quali rintracciavano due presunti complici che venivano minacciati con armi da fuoco, grazie anche alla complicità del figlio di Iannotta, Thomas 25 anni, all’interno di un capannone della Akros Holding, società londinese a quest’ultimo riconducile.

Le ricerche finalizzate a disvelare gli autori della frode proseguivano parallelamente attraverso l’acquisizione di informazioni dal Maresciallo Michele Lettieri Carfora (carabiniere all’epoca in servizio presso il Nucleo Operativo della Compagnia CC di Terracina), che effettuava abusivi accertamenti presso la banca dati SDI (ndr: sistema d’indagine) in uso alle forze di Polizia.

In tale contesto, emergeva anche la figura del Colonnello dei Carabinieri Alessandro Sessa (coinvolto e poi scagionato nell’inchiesta Consip), il quale si faceva promettere utilità dallo stesso Iannotta per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio consistenti nella rivelazione di notizie ed informazioni tecniche sulle modalità di attivazione e disturbo della registrazione delle intercettazioni ambientali da parte della Polizia Giudiziaria, partecipando ad incontri con lo stesso Lettieri Carfora finalizzati ad assumere informazioni su procedimenti penali in corso.

Un profilo particolarmente caratterizzante la personalità criminale di Luciano Iannotta si è rivelato altresì quello relativo alla sua capacità di relazionarsi con appartenenti al mondo della criminalità organizzata.
Il profilo da ultimo menzionato emergeva in particolare grazie al contributo offerto dai due collaboratori di giustizia appartenenti al clan Di Silvio, Renato Pugliese e Agostino Riccardo, che consentivano di accertare la consumazione di un’estorsione aggravata dal metodo mafioso in danno di un imprenditore locale, delitto consumato proprio su mandato di Luciano Iannotta e mai denunciato.

Nella circostanza i collaboratori riscuotevano per il loro interessamento la somma di 2650 euro, che incassavano da Iannotta per il tramite di Franco Cifra, titolare di un’attività commerciale sita a Latina (il noto bar), il quale nell’occasione emetteva una falsa fattura.

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