cecubo abbuoto
Grappolo di Abbuoto, qualità considerata materia prima del vino Cecubo

CÈCUBO, IL VINO DEL SUD PONTINO AMATO DAGLI ANTICHI ROMANI

in Attualità/Focus

L’identità di un luogo va ricercata nella terra, nella sua salute e nei suoi frutti, perché tutelare il patrimonio genetico esistente significa preservare l’essenza vera delle tradizioni

Con Cècubo oggi si indica una qualità di uva (e di vite) che al tempo dei Romani era così caratteristica del sud pontino tanto da essere indicativa anche dal punto di vista geografico. Ager Caecubus era il nome di un’ampia zona compresa tra Terracina e Formia, passando per Sperlonga, Fondi e Itri, molto nota nella Roma imperiale perché in quelle zone si produceva un vino rosso che aveva ammaliato tanti personaggi di cui i Classici latini narrano. 

L’Azienda Agricola Monti Cecubi si trova a Itri, sulle colline a vista del mare di Sperlonga, terra d’origine dell’antico vino Cècubo che qui viene ancora prodotto con metodo biologico

APPIO CLAUDIO, IL CENSORE CIECO CHE DIEDE IL SUO NOME AL CÈCUBO

Fu Appio Claudio Cieco che, molto probabilmente, per primo, portò a Roma il vino Cècubo e lo fece apprezzare dall’ampia platea dell’Urbe. Nel 312 a.C., in un periodo di grande espansione dell’Impero Romano, il censore Appio Claudio diede inizio ai lavori di costruzione alla strada consolare che avrebbe collegato Roma a Brindisi: l’Appia, strada che da lui stesso prese il nome. Questo contributo toponomastico non fu l’unico che Appio Claudio diede in quella terra che oggi è il sud della provincia pontina. 

La realizzazione della grande via di comunicazione permise ad Appio Claudio di passare molto tempo tra Fondi e Formia, dove l’assetto collinare è stato probabilmente causa di una dilatazione maggiore dei tempi di costruzione rispetto a quelli segnati in pianura. Il “cieco che beve”, l’Appio Claudio censore romano non vedente ma grande estimatore del nettare di Bacco, fu la descrizione che divenne ciò che oggi potremmo definire un brand: è proprio il caecus bibendum che diede il nome al Caecubus, al vino Cècubo e anche all’Ager Caecubis, in cui le viti prosperavano meglio che in altre terre. 

Dettaglio de "Appio Claudio cieco al Senato" - Sala Maccari, Palazzo Madama, Roma
Appio Claudio Cieco (Console dal 307 al 296 a.C.) accompagnato dai senatori nella Curia, simbolo del potere di Roma nell’epoca repubblicana
Dettaglio del dipinto Appio Claudio Cieco in Senato – Sala Maccari, Senato della Repubblica, Roma

Il panorama che doveva presentarsi all’epoca di Appio Claudio sui monti cècubi è sicuramente diverso da quello attuale, e differente anche da come potrebbe essere immaginata oggi un’area a vocazione viti-vinicola a cavallo dell’anno zero.

Al tempo, l’abbraccio della vite al suo sostegno arboreo delineava uno schema diverso dalle attuali vigne sviluppate su filari e filari in terreni monocolturali. Le viti, infatti, erano allevate su pioppi, aceri, olmi, ulivi ed alberi da frutto vari, così che la vite maritata all’albero che la sosteneva tendeva a crescere molto e presentava tralci che potevano essere anche lunghissimi. Un tempo la coltivazione era promiscua con altre colture: tra una vite e l’altra venivano coltivati soprattutto cereali ed altre colture per completare la varietà richiesta dalla sussistenza. Quindi, la produzione di vino era sicuramente meno abbondante di quanto si possa immaginare.

Esempio i vite "maritata"
Esempio i vite “maritata”

QUANTI CÈCUBI ESISTONO: UNO O MOLTI?

Ad oggi l’Arsial, Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio, indica l’Abbuoto come l’uva con cui si produceva il vino Cècubo e ha inserito questo vitigno tra le colture che attualmente presentano un rischio medio di erosione genetica poiché ormai poco diffuse. 

Un paio di millenni fa l’Abbuoto era evidentemente molto più diffuso, ma circolano ipotesi secondo cui la drastica diminuzione del Cècubo prodotto in quella specifica zona del sud pontino sia dovuta a Nerone il quale, a metà del I° secolo a.C., fece costruire Lago Lungo e vari canali per realizzare una delle più grandi opere di ingegneria idraulica (poi rimasta incompiuta). Si parla della Fossa di Nerone, ossia un canale navigabile tra Ostia e Pozzuoli i cui lavori preliminari pare che abbiano comportato la distruzione degli antichi vigneti che si incontravano nell’Ager Caecubis, luogo in cui l’imperatore incendiario diede ordine di scavare.

Divus Augustus Setinum praetulit cunctis et fere secuti principes, confessa propter experimenta, non temere cruditatibus noxiis ab ea saliva. nascitur supra Forum Appi. antea Caecubo erat generositas celeberrima in palustribus populetis sinu Amynclano, quod iam intercidit incuria coloni locique angustia, magis tamen fossa Neronis, quam a Baiano lacu Ostiam usque navigabilem incohaverat.
Il divino Augusto preferiva il vino di Sezze, e tutti seguivano il sommo, frutto di una ricerca e non di un tentativo avventato, rischiando una bevanda imperfetta che potrebbe rovinare il suo palato. Si origina sopra il Foro Appio. Prima il Cècubo era il vino di buona qualità più famoso tra le popolazioni della palude del golfo Amiclano, sebbene ormai luogo interdetto dall’incuria dei coloni e dall’angustia stessa del luogo, maggiore nella fossa di Nerone quando egli tentò di costruire un canale completamente navigabile da Pozzuoli a Ostia.
Naturalis Historia, libro XIV,  - Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.)

Plinio il Vecchio, parlando del Cècubo nel libro XIV del Naturalis Historia, cita anche il vinum Setinum. Il Cècubo infatti trovò la ribalta anche sotto questo nome. C’è da dire che, se considerassimo l’Abbuoto come il vitigno con cui si produceva il Cècubo, il clima, il terreno, la località di produzione (Fondi, Formia, Itri, Sperlonga e finanche Sezze) hanno diversificato il gusto e il valore del vino, facendo sì che lo stesso vitigno assumesse qualità e denominazioni diverse a seconda della zona in cui i grappoli maturavano. Questo è il caso del vitigno cècubo inserito in tempi remoti nei campi di Sezze, che si distinse per qualità, pregio e celebrità, tanto da assumere la denominazione di vitis setina dalla quale si otteneva il vinum setinum.

I romani dunque tendevano ad indicare genericamente con cècubo il vino che proveniva dalla zona a sud della città eterna, una zona paludosa circondata da diverse terre fertili che lasciavano ognuna il proprio timbro organolettico, tanto che la città (e non il vitigno) di produzione diveniva l’indicazione identificativa del vino prodotto. Questo non accadde solo nel caso di Sezze e del vinum setinum, perché, oltre a questo nettare molto famoso, era molto apprezzato e conosciuto anche il vinum formianum e il vinum fondanum.

Erosione genetica del vitigno Abbuoto secondo l’Arsial – Regione Lazio

La cultura e conoscenza dell’enologia in quelle epoche forse si limitava all’addomesticazione della vite selvatica, Vitis vinifera sylvestris, specie autoctona dell’area mediterranea che, soprattutto in Italia, ha trovato condizioni ideali. Innesti con altre varietà derivanti da mutazioni evolutive hanno dato modo all’alchimia della genetica di esprimere caratteristiche uniche, permettendo, al contempo, alle viti di instaurare legami con lo specifico territorio in cui venivano coltivate

Sintomo dell’enorme apprezzamento di cui il Cècubo godeva furono le parole di Plinio il Vecchio il quale, sempre nel Naturalis Historia, mette al primo posto questo vino (non nascondendo, come già detto, simpatie per la variante vinum setinum) e, solo al secondo, il Falerno campano (antea coecubum, postea falernum), nonostante quest’ultimo reggesse un invecchiamento oltre i cento anni. Lucio Giunio Moderato Columella, invece, nel De Agricoltura, volle individuare il sito in cui veniva prodotto il miglior vino dell’Impero ossia sulle alture sopra la “spelunca” (oggi Sperlonga), nella zona in cui alcune teorie collocano la città mitica di Amyclae. Orazio ricorda che i vini cècubi venivano tenuti nascosti, come un bene prezioso, sotto cento chiavi, ed erano superiori persino a quelli offerti negli opulenti banchetti dai Pontefici.

Il cècubo è un vino che i Romani collegavano ad un luogo ben preciso che, ai giorni nostri, forse risulta un po’ troppo vasto per essere considerato omogeneo e privo di altre varietà vinicole altrettanto valide. Di fatti, tipici del sud pontino, sono anche vitigni a bacca rossa ormai di nicchia come quello dell’Uva Serpe, il Cerzale, il Ciciniello nero, San Giuseppe nero e l’Uva Vipera, magari bevuti anch’essi nella Roma degli imperatori sotto il nome generico di cècubo, il vino pregiato dell’ager cecubis, un territorio dalla forte coesione identitaria, almeno per i Romani.

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