CAPORALATO PONTINO, IL PROCESSO CON LO SCOGLIO DELLA LINGUA: “PRENDEVO I RAVANELLI, CONTAVO E VENIVO PAGATO. IL RESTO NON SO”

Caporalato, è ripreso il processo che vede come imputati 18 persone. Tra di loro il caporale indagato anche con Renzo Lovato

“Io prendevo i mazzetti di ravanelli, li contavano e mi pagavano, il resto non so niente”. “A Kalam però – lo corregge il pubblico ministero – avevi detto che pagavi 7 euro per essere trasportato sul posto di lavoro, da Monte San Biagio a Sabaudia”. Oggi, 13 febbraio 2026, a distanza di otto anni dai fatti, il bracciante agricolo, originario del Bangladesh, chiamato a testimoniare nell’imponente processo di caporalato da 18 imputati, non lo ricorda e dice di non sapere come andava a lavorare a cottimo sui campi. “Giovanni Di Palma ci mandava l’autista e noi salivamo sul furgone”.

È il pubblico ministero Marco Giancristofaro a ricordare all’uomo che nelle buste paga – aveva spiegato alla polizia giudiziaria, quando era stato ascoltato a sommarie informazioni – le somme erano superiori rispetto a quanto veniva pagato. “L’accordo con Giovanni Di Palma era che le buste paga dovevano essere fittizie”. Le paghe erano a cottimo per quanto i braccianti raccoglievano sui campi dove c’era un controllore, l’imputato Nazrul Kazi Islam, che vigilava.

Il testimone, però, ricorda bene un particolare: “Lavoravamo ogni giorni, compresi sabato e domenica. Quando ero malato non andavo e non ti pagavano”. A lavorare erano in tanti: “Con Kalam, nel furgone, ci portavano a lavoro. Solo all’inizio ci hanno dato le scarpe da lavoro”. I braccianti lavoravano in serra e per mangiare si sedevano dietro il campo da lavoro.

Il processo sul caporalato è imponente. Si tratta di uno dei tanti che si celebra presso il Tribunale di Latina, ormai diventata terra conosciuta in tutta Italia e nel mondo come epicentro dei traffici di caporali, imprenditori senza scrupoli e lavoratori sfruttati.

Oggi, davanti al III collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Mario La Rosa, è ripreso il dibattimento che vede come persone offese ben 62 lavoratori immigrati (nessuno dei quali costituitisi parti civili). Sono stati spremuti, secondo l’accusa rappresentata dal pubblico ministero Marco Giancristofaro, dalla solita rete di connivenze tra imprenditori agricoli italiani e caporali stranieri che sfruttano a loro volta connazionali o altri immigrati di diversa provenienza. Per l’assenza dell’interprete, oggi non hanno potuto testimoniare molti dei braccianti arrivati a Latina. Solo uno dei bangladesi ha testimoniato.

In tutto, gli imputati sono diciotto. Tra di loro, imprenditori di ditte che si trovano a San Felice, come Maria Lettieri e Giovanni Di Palma, o a Terracina, come Umberto Cerilli. E, ancora, alla sbarra anche gli imprenditori di Sabaudia Giuliano, Claudio e Giancarlo Cortese. Come spesso capita nei processi per caporalato, accanto agli imprenditori di ditte o coop agricole, ci sono loro, i caporali. E non può che risaltare il nome di Paul Uttam, 47 anni, nato in Bangladesh e domiciliato a Terracina. Ad essere imputati anche Abul Kalam, Abul Alamgir, Pierpaolo Di Palma, Cesare Maggi, Habib Khan, Nazrul Kazi Islam, Sohag Talukdar, Hanifa Miah, Franco Mandatori, Giuseppe Guastafierro e Masum Miah.

Uttam, indagato anche nel procedimento denominato “Jamuna” insieme a Renzo Lovato e altre persone, rimanda sinistramente al caso di Satnam Singh, il 31enne bracciante indiano abbandonato dal suo datore di lavoro, Antonello Lovato, dopo aver perso il braccio mentre lavorava con il macchinario avvolgi-plastica all’interno della struttura di Borgo Santa Maria (Latina). Per quei fatti, come noto, il 38enne Lovato è a processo in ordine ai reati di omicidio colposo, omissione di soccorso e normativa della sicurezza sul lavoro.

Uttam è accusato di aver reclutato lavoratori extracomunitari per poi trasportarli sui campi in cambio di una paga da 6 euro a persona. Uttam manteneva, secondo l’accusa, i contatti con le imprese che richiedono manodopera. Uomini che il bengalese prelevava anche dal Cas di Terracina così da farli lavorare irregolarmente come braccianti agricoli, senza contratto e sfruttandoli approfittando del loro stato di bisogno. I fatti a lui imputati sono avvenuti dal gennaio al marzo 2019, sebbene almeno l’altra inchiesta che lo coinvolge con Renzo Lovato e altre 14 persone fa capire che erano vari i suoi interlocutori tra gli imprenditori dell’agro pontino.

I testimoni ascoltati a settembre scorso hanno confermato le paghe da fame e le condizioni di lavoro fuori ogni regola. Molti di loro hanno descritto il ruolo centrale di un caporale imputato nel processo: Abul Kalam, 51 anni, bengalese, domiciliato a Terracina e pluri-inquisito.

Uno dei braccianti ascoltati come testimoni aveva spiegato con chiarezza cosa accadeva: “Lavoravamo dalle 7 di mattina alle 5 del pomeriggio. Ogni mille.mazzetti di carote erano 40 euro nell’azienda di Umberto Cerilli. La busta paga ce la dava Kalam a cui pagavamo anche il trasporto per andare a lavorare: 6 euro. I furgono venivano guidati dagli italiani. Io vivevo a casa di Kalam e pagavo 100 euro al mese. Kalam aveva un alimentari dove qualche volta facevamo spesa”.

Dello stesso tenore le altre testimonianze: “Lavoravamo sette, otto ore. Facevamo pausa pranzo con la roba che ci portavamo da casa, mangiavamo sul terreno, a terra, senza sedersi. Venivamo pagati con la busta paga, ma non riuscivo a leggerla perché non comprendevo l’italiano. L’autista ci accompagnava in banca, noi entravamo dentro e ritiravamo i soldi. Tutte le spese per casa servivano per pagare Kalam, il resto mandavamo i soldi in Bangladesh”.

Arrivare a lavorare era dura: “Il furgone era pieno, dai 18 alle 22 persone, ci sedevamo uno sopra l’altro. Il materiale per lavorare ce lo compravamo noi personalmente. C’era un altro caporale che controllava se lavoravamo bene o meno. Dopodiché, veniva riferito a Kalam che lo diceva in azienda”.

Il processo, molto difficile per via della cattiva comprensione dell’italiano da parte dei testimoni, proseguirà il 21 maggio e il 4 giugno quando verranno ascoltati altri testimoni dell’accusa.

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