Caporalato e turni massacranti sul posto di lavoro: sbloccato il processo a carico degli imprenditori di Borgo Faiti
Erano tre volte di seguito che la testimone, Stefania Vitto, non si presentava nel processo sul caporalato dinanzi al primo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Eugenia Sinigallia, che ha coinvolto le aziende e la famiglia De Pasquale di Borgo Faiti, interessati dall’operazione della Procura di Latina ed eseguita ad aprile 2020 dagli agenti della Questura di Latina e del Commissariato di Fondi.
Oggi, 27 marzo, Stefania Vitto, il processo si è sbloccato, in quanto la donna è stata accompagna coattivamente dai Carabinieri, alla presenza del suo avvocato. Il processo vede alla sbarra i coniugi Luciano De Pasquale e Roberta Albarello, più altri tre dipendenti dell’azienda vicini, ad ogni modo imparentati con la famiglia. I reati contestati dalla Procura di Latina, al momento dell’operazione, erano intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e violazioni al testo unico sugli stranieri in materia di Lavoro subordinato a tempo determinato e indeterminato. Uno dei casi di caporalato che più fece scalpore al momento delle misure. Nel 2022, per inciso, il Tribunale di Latina ha dissequestrato le aziende di De Pasquale.
Il provvedimento aveva restituito alla famiglia De Pasquale, assistita dagli avvocati Nicola Ottaviani e Giuseppe Fevola, la disponibilità delle due aziende alle porte di Latina, anche sulla base delle dichiarazioni, fornite in una udienza, da parte del custode giudiziario nominato dal Tribunale stesso. Quest’ultimo aveva relazionato sugli stipendi dei dipendenti, ora adeguati alle norme, e sulle condizioni igienico-sanitarie, al momento tornate nella norma.
Stefania Vitto, all’epoca dei fatti era stata nominata dall’amministratore giudiziario Silvano Ferraro, nell’azienda di De Pasquale. La donna è un nome non nuovo alle cronache giudiziarie: è coinvolta nello scandalo dell’ex giudice del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, con la quale è coimputata a Perugia e deve rispondere insieme al magistrato sospeso dal Csm e proprio Silvano Ferraro dei reati di corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, corruzione in atti giudiziari ed induzione indebita a dare o promettere utilità. Quando fu nominata da Ferraro, Vitto stava conducendo un’attività che si occupava di cibo per cani e gatti.
Peraltro è emerso che quando una delle due aziende dei De Pasquale fu sequestrata, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Giuseppe Molfese, diede l’amministrazione giudiziaria proprio a Silvano Ferraro, il professionista che la Procura di Perugia e le Fiamme Gialle umbre considerano uno dei perni sui quali ruota il processo su Castriota. L’ex magistrato di Latina, secondo l’accusa, avrebbe brigato in più di un’occasione per far avere a Ferraro, con cui intratteneva una relazione sentimentale, gli incarichi dal Tribunale di Latina in merito ad aziende poste sotto i sigilli.
L’avvocato Ottaviani, nel corso dell’udienza, ha insistito molto con le domande a Vitto, rispetto alla sua nomina da parte di Ferraro e alle mansioni che aveva tenuto nei circa due anni in cui l’azienda si trovava in amministrazione giudiziaria. Un momento non poco imbarazzante è stato quando la testimone ha dovuto spiegare di essere imputata insieme a Ferraro e Castriota a Perugia per il reato di corruzione: “Sono imputata con Ferraro e a un giudice”. Al che l’avvocato Ottaviani ha chiesto specificatamente chi fosse il giudice: “Giorgia Castriota”, ha detto Vitto.
Vitto, con esperienze lavorative nell’informatica e soprattutto nella ristorazione, ha spiegato di aver percepito circa 1200 euro al mese per sette-otto ore di lavoro. In azienda lavoravano circa ottanta persone, ha spiegato la testimone, riferendo di non avere avuto rapporti con i dipendenti. Vitto ha detto che nell’azienda c’erano presidi di prevenzione-sicurezza, già acquistati dai De Pasquale: “So che l’azienda acquistava regolarmente guanti e tutto il materiale utile per lavorare nei campi. Quando veniva il dipendente per chiedere altro materiale poiché quello vecchio era usurato, si procedeva a dargli il nuovo materiale”. Nell’azienda c’erano i bagni chimici: “Ma non mi sembra che ne siano stati affittati altri”.
Per quanto riguarda la procedura penale in corso, Vitto ha detto che Ferraro e il Gip Molfese concordavano la gestione dell’azienda. “Ferraro diceva che De Pasquale era sempre stato collaborativo. Si chiedeva il suo suo supporto perché Ferraro non poteva sapere come si gestisse un’azienda agricola”. Vitto ha spiegato che all’epoca della sua nomina, Ferraro lo conosceva da circa quattro anni. Ad ogni modo, la testimone nega che vi fossero stati irregolarità nelle assunzioni, né che ci siano stati illeciti nella corresponsione delle buste paga: “I lavoratori erano tutti in regola”, ha detto Vitto. Inoltre, “il rapporto tra i lavoratori e gli imputati erano buoni, tanto che protestavano affinché loro tornassero in azienda”. Una situazione che, in effetti, si verificò nei mesi successivi all’esecuzione dell’ordinanza quando i lavoratori manifestarono per i datori di lavoro di fronte al Tribunale di Latina.
Il processo ai De Pasqule nasce dalle indagini, coordinate dalla Procura di Latina e condotte da personale della Squadra Mobile e dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico e del Commissariato di Fondi, che permisero di far emergere la circostanza per cui le aziende prelevavano, tramite automezzi della ditta stessa, con alla guida dipendenti con funzioni di autista, i lavoratori nei pressi delle loro abitazioni e più precisamente in punti di raccolta ben precisi posti anche nei comuni limitrofi, per condurli prima nell’azienda principale e poi dividerli sui campi, sempre a mezzo degli stessi furgoni.
Sui mezzi di trasporto, secondo la ricostruzione di inquirenti e investigatori, venivano stipati i braccianti agricoli, che svolgevano una giornata lavorativa fino a dieci ore, per 25/26 giorni al mese, senza che agli stessi venisse per altro riconosciuto eventuale straordinario per le ulteriori ore prestate, senza alcuna copertura sanitaria, senza alcuna retribuzione aggiuntiva in caso di festività o riposo settimanale e senza presidi antinfortunistici e/o di sicurezza.
I braccianti avrebbero lavorato quindi in difformità a quanto previsto dal CCNL posto che a fronte di 8 ore di lavoro prestate mediamente, gli veniva corrisposta una paga giornaliera di 30-32 euro, non percependo alcuna maggiorazione per il lavoro straordinario. Nella fattispecie i lavoratori percepivano una paga che oscillava fra i 500 e gli 800 euro al mese, nonostante gli stessi prestassero la loro opera per 25/26 giorni al mese, corrispondente a meno di 4 euro all’ora.
La successiva attività di osservazione presso le aziende agricole di proprietà di De Pasquale e Albarello ubicate su una Migliara a Borgo Faiti (Latina), avrebbe fatto riscontrare la presenza di numerosi braccianti agricoli, manodopera rappresentata da cittadini italiani e stranieri, in prevalenza indiani, i quali, mediante furgoni o l’utilizzo di velocipedi o ciclomotori, giungevano in massa presso detta azienda a partire dalle ore 7 circa per poi uscirne alle successive ore 17 circa.
Alle iniziali dichiarazioni rese dal primo lavoratore indiano, si aggiunsero nel corso delle indagini quelle di ulteriori lavoratori tutte univoche nel rappresentare un disarmante quadro di sfruttamento che sarebbe stato creato da De Pasquale e Albarello.
Dalle dichiarazioni acquisite dagli investigatori sarebbe emerso non solo la consapevolezza da parte dei lavoratori dello sfruttamento ma, anche e soprattutto l’impossibilità di rinunciare al lavoro loro offerto per far fronte alle primarie esigenze di sostentamento.
Il processo—Il pubblico ministero Giancristofaro ha fatto presente che sono stati ascoltati diciassette lavoratori in incidente probatorio: di questi quattro testimoni hanno confermato l’impianto accusatorio, mentre altri tredici hanno ritrattato quando dichiarato in fase di indagine. Ecco perché il pubblico ministero ha fatto presente che questi testimoni potrebbero essere stati oggetti di pressioni per ritrattare le loro denunce. I testimoni sarebbero andati in contraddittorio l’uno con l’altro e le discrasie, secondo la Procura, sono emerse anche grazie ad intercettazioni svolte dopo l’incidente probatorio. Uno dei testimoni ha detto intercettato: “Abbiamo fatto come ci avete detto”. Di rimando: “Vi ringrazio perché il padrone è molto felice di voi”. In altre intercettazioni, avvenute a luglio 2020, emergono elementi da cui risulterebbe che i testimoni sono stati avvicinati: “Ci siamo sottoposti nel modo giusto. Erano in due contro. Le sue testimonianze sono quelle più pericolose. Per il resto hanno parlato tutti bene, una persona sola non può far male”.
In un’ulteriore intercettazione, uno dei testimoni dice: “Quello che ci è stato chiesto lo abbiamo fatto. Lo abbiamo fatto per il nostro boss Luciano (nda: De Pasquale). Solo uno ha detto che lavoriamo di più rispetto al contratto”. In successiva intercettazione, un altro lavoratore intercettato dice: “Loro hanno detto che va bene. Solo lui ha parlato male, ma ha detto solo della quota che prendevano. Il resto delle nostre persone ha detto cose giuste”.
Inoltre, all’esito dell’ordinanza eseguita, gli imputati hanno denunciato gli operatori delle forze dell’ordine per aver proceduto con violenza nei confronti degli operatori. Il procedimento penale è stato archiviato. Peraltro, uno dei lavoratori chiamati in Questura è stato oggetto di violenza o condizionamento. Invece, nella denuncia, alcuni lavoratori hanno detto di essere stati schiaffeggiati dai poliziotti e minacciati con bastoni, tutte circostanze negate da altri lavoratori presenti.
Alla luce di quanto precisato in aula, il pubblico ministero chiede l’acquisizione degli atti inerenti ai tredici testimoni che hanno ritrattato, ipotizzando la falsa testimonianza. La difesa si è opposta all’acquisizione degli atti poiché nelle intercettazioni i lavoratori sarebbero stati solo preoccupati per i loro datori di lavoro e non invece minacciati. Inoltre, la difesa ha specificato che si sarebbe fuori tempo massimo per chiedere l’acquisizione di questo tipo di atti. In subordine, ha chiesto che i testimoni vengano riascoltati in sede di dibattimento. Il Tribunale si è riservato, rinviando al 18 novembre per sciogliere quanto chiesto dal pubblico ministero e l’eventuale discussione con sentenza finale.
