BOMBA CONTRO RANUCCI, LAVITOLA AMMETTE: “SONO IO IL MANDANTE DELL’ATTENTATO”

È durato cinque ore l’interrogatorio del faccendiere Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato esplosivo al giornalista di “Report”, Sigfrido Ranucci. A differenza di quanto lui stesso aveva dichiarato pubblicamente e agli inquirenti, l’ex direttore dell’Avanti, oggi gestore di un ristorante a Monteverde, ha reso quella che appare una confessione piena.

A sintetizzare le sue parole, all’uscita, l’avvocato Sergio Cola: “Ha ammesso di essere il mandante dell’attentato e ha detto di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci, oggetto di parecchi pericolosi tentativi di intimidazione”.

Nella spiegazione di Lavitola, sempre stando alle parole riferite dal suo legale: “All’epoca Ranucci non aveva una scorta adeguata. Siccome a suo modo di vedere gli attentatori erano pericolosissimi l’ha fatto perché la scorta è stata più che raddoppiata ed è passata da due ad otto agenti”.

L’intento politico non c’era, dice l’avvocato, “anche se certamente la sua popolarità è aumentata”. Il legale non ha voluto spiegare se Ranucci, nella versione del faccendiere, sapesse oppure no dell’idea di Lavitola o l’avesse saputo dopo l’attentato del 16 ottobre 2025.

“Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori secondo il modo di vedere di Lavitola erano pericolosissimi, lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo”, spiega il penalista.

“La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno”. Così l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci, dopo l’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola.

“Così come la popolarità del conduttore di Report era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi – sottolinea il penalista – se il movente è quello si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.

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