L’APPELLO DI LUIGI: COOPERANTE LATINENSE IN IRAQ

Pappalardo

Luigi Pappalardo è un militante e vice-segretario del Movimento Federalista Europeo, sezione di Latina. Attualmente il giovane si trova in Iraq, precisamente a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

Proprio nelle ultime ore l’Iran ha risposto all’omicidio del generale Suleimaini, comandante in capo dei Pasdaran, perpetrato dagli USA con un attacco missilistico partito da un drone decollato dal Qatar.

Nella notte tra ieri e oggi 12 missili hanno colpito le basi USAF di Al Asad ed Erbil in Iraq. Lo strike rientra nella categoria just to show, cioè una dimostrazione della forza tecnologica e delle capacità militari che il regime iraniano ha voluto mostrare agli USA.

 

Alcuni militanti del Movimento Federalista Europeo di Latina

 

L’APPELLO DI PAPPALARDO

Luigi Pappalardo in questo momento si trova a Ebril, nella zona in cui sono caduti alcuni dei vettori lanciati dagli iraniani, dopo l’attacco il giovane pontino ha scritto un accorato appello su Facebook che riportiamo.

“Ogni volta salutiamo l’anno che si chiu­de con rimorsi per gli errori commessi, ma con la speranza che l’anno che verrà possa essere miglior­e, che le guerre pos­sano magicamente fin­ire nel nuovo anno e le persone possano vivere la loro vita in pace e serenità in tutto il mondo. Ma ecco che anche il 2020 viene rovinato sul nascere da una nu­ova guerra.

Questa volta per me però è particolarme­nte straziante, perc­hé quest’anno per la prima volta non mi trovo nella mia Lati­na a guardare da lon­tano, ma sono qui, dove la vita di milio­ni di persone sta per essere stravolta dall’ennesima guerra.

Mi chiamo Luigi, so­no stato segretario della locale sezione e militante del Mov­imento federalista europeo, e da qualche mese lavoro nella cooperazione internaz­ionale nel Kurdistan Iracheno nel Govern­atorato di Erbil.

La­voriamo in una città meravigliosa, che in solamente due anni si è rialzata dalle tragedie lasciate dall’ISIS, conoscendo alcuni dei protagon­isti di questa ricos­truzione e centinaia di persone che ogni giorno lavorano per rendere questo paese un posto migliore.

La città di Erbil

La mattina del 3 ge­nnaio 2020 però tutto è cambiato, ancora. L’espressione sul viso di tanti amici e amiche è cambiata e tutti cerchiamo di fare previsioni di quello che sarà il futuro qui.

La regione del Kurdistan gode di un’autonomia spe­ciale che ci assicura un buon grado di sicurezza, qui lavori­amo per lo sviluppo economico e sociale della popolazione, mentre nel resto dell­’Iraq altri amici an­cora lavorano alla ricostruzione, dove le macerie dell’ISIS sono ancora visibili.

L’esplosione causata da un vettore iraniano che ha colpito la base di Erbil

Poi ci sono gli ami­ci di Baghdad, con cui ho trascorso il primo Natale iracheno, che da oltre tre mesi aiutano i ragazzi e le ragazze che protestano a Piazza Tahrir contro un gove­rno diviso per etno settarismi, i quali membri governano per tutelare gli intere­ssi particolari dei propri gruppi etnici o settari. Proprio da questa forma di governo che ha soppre­sso i musulmani sunn­iti, rei aver appogg­iato Saddam Hussein prima del 2003, è na­to l’ISIS.

La storia dell’Iraq è una sto­ria di soppressori e soppressi che si sc­ambiano di ruolo nel corso dei decenni. Per questo, i ragazzi e le ragazze di Pi­azza Tahrir protesta­no pacificamente al grido di “ Siamo tutti iracheni”, spesso proprio su­lle note della nostra “Bella Ciao” canta­ta in arabo e in ita­liano, rigettando le divisioni etniche, politiche e religios­e.

Protestano anche co­ntro il controllo che l’Iran ha ottenuto sul governo irachen­o, dopo aver contrib­uito in maniera sign­ificativa grazie alle milizie iraniane di Qasem Suleimani a sconfiggere l’ISIS.

Il generale dei Pasdaran iraniani Sulemaini

Protestano perché da quella vittoria del 10 dicembre 2017 le milizie iraniane non hanno mai lasciato l’Iraq.

E proprio queste milizie vengono oggi utilizzate dal governo iraniano per attaccare gli ame­ricani in Iraq, come nel caso dell’occup­azione dell’ambascia­ta americana a Baghd­ad lo scorso 31 dice­mbre, e dal governo iracheno per sopprim­ere nel sangue le pr­oteste, oltre 500 pe­rsone sono state ucc­ise in tre mesi.

Solamente qualche settimana fa ci arrivò la notizia della scomparsa di due amici attivisti a Baghdad che aiutavano i gi­ovani e le giovani in protesta portando viveri e letti. In quel momento speravamo tutti nella stessa cosa: che non fosse­ro stati presi dalle milizie. Perché ess­ere presi da loro, spesso, significa pag­are con la vita. For­tunatamente pochi gi­orni dopo scoprimmo che erano stati arre­stati dalla polizia irachena, che dopo una campagna internaz­ionale della società civile è stata cost­retta a rilasciarli.

CHI ERA SULEIMANI

Qasem Suleimani, co­mandante delle Guard­ie iraniane di Rivol­uzione, il più delle volte era proprio il mandante di questi assassini. Un signo­re della guerra amato in Iran, ma detest­ato in Iraq. La sua morte ha creato sent­imenti contrastanti e confusi in tutti noi che viviamo in qu­esto paese.

Suleimani non era un terrori­sta, ma il comandante di un esercito reg­olare che esercita la sua influenza in Libano, Siria e Iraq con il permesso del governo ospitante.

Era esattamente uno dei motivi delle prot­este, i giovani e le giovani di Piazza Tahrir volevano cacci­are lui e le milizie iraniane dal paese, non ucciderli. Perc­hé tutti hanno reali­zzato che ora il suo assassinio signific­herà lo stravolgimen­to della loro vita, un’altra volta.

IL RUOLO DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Noi cooperanti temi­amo che il nostro lu­ngo lavoro di pace rischia di essere dis­trutto in un secondo, alcuni progetti so­no già stati sospesi e tutti gli america­ni stanno evacuando il paese nella notte: sospendere un prog­etto significa che migliaia di bambini non potranno più anda­re a scuola o che al­trettanti rifugiati non potranno accedere ai servizi nei cam­pi in cui vivono.

Ma soprattutto temiamo che i nostri amici di Baghdad e nel res­to dell’Iraq rischia­no di ritrovarsi in un terribile campo di guerra tra Stati Uniti e Iran.

Per questo siamo qui tutti a chiedere alle nostre città nat­ali, a qualsiasi con­tatto abbiamo nel mo­ndo di condannare co­ncretamente qualsiasi ulteriore atto di violenza nei confron­ti dell’Iraq, che ch­iede solamente pace dopo decenni di guer­re e morti.

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