OMICIDIO DELL’IMMACOLATA, IL GIUDICE SUL KILLER SEDICENNE: “FUORI CONTROLLO, VA FERMATO”

Omicidio dell’Immacolata: per il giudice per le indagini preliminare del Tribunale dei Minorenni di Roma, il giovane Di Silvio è “assolutamente fuori controllo”

Arrestato insieme al cugino di secondo grado, Ferdinando “Pescio” Di Silvio, il sedicenne killer del 27enne gambiano Ibrahim Dibba è accusato in concorso di omicidio pluriaggravato dai futili motivi e dalla premeditazione del delitto avvenuto in via XXIV Maggio a Latina, alle ore 20.12 del 16 settembre 2026. Un delitto inaudito che è avvenuto all’interno della circonvallazione, pieno centro di Latina, a due passi da Tribunale, Chiesa dell’Immacolata e Università.

Il gambiano Dibba, che faceva “lavoretti” per i Di Silvio del Gionchetto (la fazione capeggiata da “Romolo” Di Silvio) in cambio di crack o droga – tra i “lavoretti” anche quello di bruciare un cavallo vivo ai rivali Di Silvio di Campo Boario (la cosca di Armando “Lallà” Di Silvio) – è stato ucciso da due colpi calibro 9 mm all’addome. È morto intorno alle 21.10, nemmeno un’ora dopo da quando è stato colpito.

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L’immigrato africano, come noto, è stato ucciso perché ha osato ribellarsi alle agherie dei Di Silvio che non volevano pagarlo per uno dei “lavoretti” commissionati. Uno schiaffo al sedicenne Di Silvio è costato all’uomo l’omicidio a cui hanno partecipato anche “Pescio” Di Silvio e altre indagati: l’autista E.E., legato a una Di Silvio, il giovane classe 2025, G.M., ancora ricercato e probabilmente M.D.S.

Ibrahim Dibba
Ibrahim Dibba

Un omicidio cercato e voluto dalla banda che, con la Kia Picanto nera, noleggiata la mattina stessa da una loro parente, ha svolto un vero e proprio sopralluogo al Villaggio Trieste, zona frequentata da Dibba, la sua compagna e altri conoscenti per bere e sballarsi con il crack. Due i testimoni chiave della vicenda: la compagna di Dibba che ha visto l’auto dei Di Silvio arrivare al Villaggio e l’algerino quarantenne che ha accompagnato Dibba dai palazzi popolari di Via Virgilio fino alla circonvallazione di via XXIV Maggio dove è stato freddato. L’algerino è un testimone oculare: dice di aver visto il giovane Di Silvio sparare e Dibba cadere a terra. Per tale ragione, il 40enne si trova in località protetta.

Dirimenti ai fini delle indagini le telecamere degli investigatori e anche le telecamere dell’istituto scoalistico “Kite us – Latina International School in via Via XXIV Maggio al numero 48. E sì perché l’omicidio è avvenuto davanti ad una scuola. L’impianto di videosorveglianza in questione è gestito dall’istituto religioso “Istituto Preziosissimo Sangue”, confinante con la scuola.

Alle effettive ore 20:11:38, si nota la Picanto di colore scuro che percorre Viale XXIV Maggio in direzione di via Doria, la stessa nel passaggio effettua una frenata rallentando l’andatura cosi come evidenziato dalla luce degli stop. L’auto accosta sul margine destro della strada. Il conducente dell’auto spegne i fari della stessa. Alle 20.11.59 arriva un monopattino che si volta di spalle e al contempo si vede lo sportello passeggero anteriore dell’auto aprirsi. È qui che si vede una sagoma di un uomo camminare sul marciapiede, mentre il monopattino sparisce dall’inquadratura. La sagoma inizia a camminare sul viale, sono le 20.12 più qualche secondo. I fari della Picanto si spengono. Allle ore 20:12:33, nonostante tutti i fari fossero completamente spenti, si vede l’autovettura che, reimmettendosi sulla strada, riprende la marcia in direzione di via Doria. Si è appena consumato l’omicidio. Dopodiché le telecamere riprendono a Campo Boario, nei pressi dei palazzi gemelli, il ritorno del killer che entra nella casa di un altro soggetto, allo stato non indagato.

Alle 21:38:32, l’autovettura utilizzata per compiere l’omicidio ossia la Kia Picanto viene spostata e, percorrendo la stradina posta alle spalle dei palazzoni popolari gemelli (le torri di Campo Boario), viene introdotta nel parcheggio dove sarà poi rinvenuta e sequestrata dalla Squadra Mobile.

Secondo il gip del Tribunale dei Minorenne, Federico Falzone, il sedicenne killer entra nella casa del soggetto non indagato a Campo Boario e vi rimane per circa due ore. “Si rileva – scrive il gip Falcone – che, dopo l’evento delittuoso, commesso alle ore 20.12 circa, l’autovettura faceva immediato ritorno presso i “palazzoni” di via Pionieri della Bonifica (luogo oltretutto di abitazione del killer), quindi dalla stessa scendeva il predetto, unitamente ad altro soggetto da identificare compiutamente, alle ore 20.15, per poi imboccare a piedi la vicina via Corradini, dove il minore veniva distintamente ripreso da una telecamera”.

Dirimente ai fini investigativi è l’escussione del titolare dell’agenzia che ha noleggiato la Picanto ai Di Silvio: affittata dalla parente dei Di Silvio e dal suo compagno E.E. (indagato per l’omicidio) il giorno stesso del delitto e in comodato gratuito.

Secondo il gip dei minorenni, a carico del sedicenne riisultano convergere molteplici ed univoci elementi indiziari le dichiarazioni dei primi due soccorritori di Dibba e la testimonianza dell’algerino quarantenne che è sicuro. Quest’ultimo lo ha detto chiaramente: “Non ho dubbi che a sparare sia stato il ragazzo robusto con la maglia nera, ne sono convinto al cento per cento”.

Il Gip scrive chiaramente che “dalle telecamere di sorveglianza della zona emergono chiari elementi che documentano la presenza del minorenne sull’autovettura
Kia Picanto utilizzata in occasione dell’omicidio, in orario
immediatamente antecedente e successivo a quello del delitto e nelle immediate vicinanze del luogo dell’omicidio”. La compagna di Dibba, invece, ha fornito il “movente dell’omicidio: “Dibba le aveva raccontato di contrasti con l’indagato, per il quale per ottenere sostanza stupefacente, faceva dei “lavoretti” illeciti, fra i quali rubare delle collanine e di recente aveva dato fuoco ad un cavallo per ritorsione nei confronti di soggetti con i quali l’indagato era in conflitto”. Peraltro “l’indagato nelle fasi preliminari dell’esame riferiva di occuparsi dei cavalli di famiglia, manutenendoli ed occupandosi dell’acquisto e vendita”.

Il giorno prima, in Via Pionieri della Bonifica, “Dibba colpiva con uno schiaffo l’indagato che reagiva estraendo una pistola e sparandogli contro”.

È attendibile l’algerino nella sua testimonianza, parzialmente attendibile la compagna di Dibba avendo offerto due versioni discordanti sul momento esatto dell’omicidio: “Riferiva in prima battuta di aver assistito al fatto, correggendosi poi e riferendo di aver assistito solo alle fasi antecedenti e successive”.

Sulle esigenze cautelari, il Gip spiega che “il particolare contesto di degrado in cui sono avvenuti i fatti, fonda il pericolo per l’acquisizione delle fonti di prova; sono inoltre in corso indagini al fine di rinvenire l’arma del delitto, anche mediante la completa ricostruzione dei movimenti dell’indagato dopo il fatto delittuoso nonché indagini volte a raggiungere la compiuta identificazione di tutti i soggetti che, a vario titolo, abbiano concorso nel grave delitto. La rimessione in dell’indagato potrebbe compromettere irrimediabilmente tale attività investigativa, inquinandola, anche alla luce degli stretti rapporti intercorrenti tra tutti gli
indagati e i soggetti comunque coinvolti nella vicenda”.

Esiste anche il pericolo di fuga e il pericolo che il sedicenne “se rimesso in libertà, possa commettere altri gravi delitti della stessa specie di quello per cui si procede. Infatti, la
gravità dei delitti contestati, la disponibilità di armi da sparo, i precedenti dell’indagato minorenne (stalking e tre carichi pendenti per rapina nel locale “Amor Di Patata, un decreto di giudizio immediato per resistenza a pubblico ufficiale ed altra richiesta di rinvio a giudizio per truffa), le
dichiarazioni dei soggetti escussi che fanno riferimento ad una serie di attività criminose in materia di stupefacenti e non, cui sarebbe dedito l’indagato, dimostrano l’elevato rischio che, se libero, commetta altri reati della stessa natura di quello per cui si procede, connotati da violenza alla persona”.

Infine, le parole più nette: “appare evidente che trattasi di
giovane assolutamente fuori controllo, e che i familiari non riescono in alcun modo a gestire e contenere, ammesso che vi sia questa intenzione (dalla relazione del CPA emerge l’abbandono scolastico, segno evidente dell’incapacità educativa della madre e dell’assenza del padre, con il quale l’indagato non ha rapporto ed è ristretto in carcere). È ferma convinzione che il ragazzo vada al più presto fermato e adeguatamente contenuto, per interrompere quanto prima la spirale deviante che sembra senza freno e che, considerata la situazione complessiva, non si ritiene possa essere adeguatamente contenuta non solo dalla famiglia, ma neanche da un contesto comunitario”. Il carcere a Casal di Marmo è l’unica soluzione possibile.

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