L’omelia del vescovo Crociata: «La santità di Maria Goretti ci parla di tante cose, tra queste le migrazioni: c’è un’esigenza di gestione del fenomeno, ma c’è ancor prima un’esigenza di attenzione alle persone, di rispetto della loro dignità, di accoglienza responsabile»
Ieri sera la chiesa di Latina ha festeggiato Santa Maria Goretti, patrona della città e dell’Agro pontino. Il vescovo Mariano Crociata ha presieduto la messa solenne presso la Parrocchia dedicata alla piccola santa, concelebrata dal parroco don Paolo Spaviero e da altri presbiteri e diaconi del territorio. Alla celebrazione ha assistito anche una delegazione ufficiale del Comune di Latina, guidata dal sindaco Matilde Eleonora Celentano.
Nel corso della sua omelia, il vescovo Mariano Crociata ha ricordato in un passaggio che “la santità di Maria Goretti ci parla di tante cose: di migrazione, di lavoro e di fatica, di famiglia, di infanzia e di fanciullezza, di educazione, fede cristiana e santità, di rispetto del corpo e della giusta relazione uomo-donna, e di tanto altro ancora”.
Proseguendo, si è soffermato proprio sul tema delle migrazioni: “Invito a riflettere me e voi sul fatto che questa è una città formata da ondate di immigrati. La gratitudine, e certo anche la fatica, di essere stati accolti dovrebbe rendere sensibili e aperti ai nuovi immigrati che arrivano da ogni parte. C’è un’esigenza di gestione del fenomeno, ma c’è ancor prima un’esigenza di attenzione alle persone, di rispetto della loro dignità, di accoglienza responsabile. È triste vedere gruppi di cittadini che si mobilitano per allontanare altri come loro che sono nel bisogno.
Dovrebbe esserci una alleanza tra cittadini e istituzioni per trovare i modi più adeguati ad aiutare le persone e non a sbarazzarsi di loro come fossero solo problemi e minacce. La Chiesa cerca di fare la sua parte, ma a volte sembra essere ostacolata perfino quando cerca proprio di aiutare queste persone, e questo – quando si verifica – non è un buon segno della tenuta morale e civile di una comunità”.
OMELIA
Quando arrivarono i primi coloni veneti per la bonifica dell’Agro pontino erano trascorsi più o meno trent’anni dal martirio di S. Maria Goretti, avvenuto il 6 luglio 1902. Essi portavano con sé la loro tradizione religiosa, a cominciare dalla figura di S. Marco che diede il nome alla prima chiesa, oggi cattedrale; e avrebbero imparato a poco a poco a riconoscere, insieme a questa nuova terra, e soltanto dopo la canonizzazione della santa, nel 1950, il legame di amore e di devozione che in realtà li precedeva e di cui questa chiesa parrocchiale è segno. Lo stesso patronato sull’Agro pontino voleva dire questa precedenza. Questo territorio è legato a S. Maria Goretti perché benedetto dalla sua testimonianza, con un linguaggio più antico lo si direbbe bagnato dal suo sangue, e ora sempre di nuovo atteso a diventarne compiutamente consapevole.
La storia della nostra vita è un misterioso intreccio di attività e passività, di scelte fatte e di circostanze subite o semplicemente trovate. Tutto sta nel saper trasformare le situazioni date, indipendenti da noi, in scelte nuove, in possibilità abbracciate liberamente e rese feconde dalla nostra adesione e dal nostro impegno. Ad un certo punto questo è avvenuto anche con S. Maria Goretti, parte di questo panorama culturale, sociale e religioso, abbracciata nella propria vita personale e comunitaria.
Una storia ancora troppo breve, quella di questa città, per vedere delinearsi una sua identità ideale. Siamo convinti che di questa identità fa parte Maria Goretti; una identità tanto più forte quanto più consapevole e cordiale è la scelta di guardarla come un riferimento e un modello. Questa parrocchia e tanta fede della nostra gente nei decenni scorsi portano con sé questa forza spirituale e morale capace di orientare la vita personale e quella comune. È in questa direzione che bisogna andare: scegliere e abbracciare una santità che ci precedeva e ci accoglieva da molto prima che noi giungessimo qui.
Quella di S. Maria Goretti è una santità che ci parla di tante cose: di migrazione, di lavoro e di fatica, di famiglia, di infanzia e di fanciullezza, di educazione, fede cristiana e santità, di rispetto del corpo e della giusta relazione uomo-donna, e di tanto altro ancora. Non andiamo adesso a toccare tutto. Dirò una parola sul tema migrazioni e uno spunto dal vangelo.
Sul tema delle migrazioni invito a riflettere me e voi sul fatto che questa è una città formata da ondate di immigrati. La gratitudine, e certo anche la fatica, di essere stati accolti dovrebbe rendere sensibili e aperti ai nuovi immigrati che arrivano da ogni parte. C’è un’esigenza di gestione del fenomeno, ma c’è ancor prima un’esigenza di attenzione alle persone, di rispetto della loro dignità, di accoglienza responsabile. È triste vedere gruppi di cittadini che si mobilitano per allontanare altri come loro che sono nel bisogno. Dovrebbe esserci una alleanza tra cittadini e istituzioni per trovare i modi più adeguati ad aiutare le persone e non a sbarazzarsi di loro come fossero solo problemi e minacce. La Chiesa cerca di fare la sua parte, ma a volte sembra essere ostacolata perfino quando cerca proprio di aiutare queste persone, e questo – quando si verifica – non è un buon segno della tenuta morale e civile di una comunità.
Proprio questa riflessione ci conduce al vangelo, perché esso coglie il nodo che produce gli atteggiamenti di chiusura e di rifiuto. Esso ci pone la domanda: perché viviamo? Per chi viviamo? Gesù mette in guardia da chi vive solo per sé stesso, centrato su di sé, sui propri interessi, sui propri obiettivi, per il quale gli altri sono oggetti da usare, non persone. Gesù ci dice che quando viviamo così, tutto si imbarbarisce e la vita stessa finisce con l’essere minacciata, come nel caso di Maria Goretti. Per lei l’aggressore è una persona, a cui parla e che cerca di fare ragionare. Per l’aggressore Maria, almeno in quel momento, è un oggetto, qualcosa da usare per sfogare il proprio istinto incontrollato. È uno schema che si ripete tante volte e in tanti ambiti delle relazioni umane.
La nostra vita fiorisce se si apre e si dona agli altri nel rispetto, nella solidarietà, nella fedeltà alla propria coscienza, a Dio, alla dignità di ogni persona che incontriamo: come un seme, un chicco di grano che sembra sprecato perché buttato via nella semina della vita, e che invece dà frutto in abbondanza e genera nuova vita. Chiediamo all’intercessione di S. Maria Goretti di imparare a vivere così, nella dedizione a una buona causa, al rispetto e al bene di chiunque incrociamo sul nostro cammino, nella fiducia che il Dio della vita è il nostro vero bene e la nostra ricchezza, grazie al quale unicamente raggiungiamo la pienezza alla quale aspiriamo e siamo destinati.
