Violenze sessuali aggravate e pedopornografia. Concluso il rito alternativo per i due imputati coinvolti nella vicenda
Pene più “leggere” rispetto alla richiesta del pubblico ministero avvenuta lo scorso 3 marzo. Oggi, 31 marzo, dopo la camera di consiglio, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Ilaria Tarantino, ha condannato la caposala del Goretti di Latina e il suo compagno/amante, alla pena di 10 anni di reclusione ciascuno. Il giudice ha riconosciuto il risarcimento al minorenne vittima di violenza sessuale aggravata, da calcolarsi in separata sede civile. Sospesa la potestà genitoriale per la caposala, ma non per il compagno/amante.
Ai primi del mese, erano state invocate due richieste di pena “monstre” sia per la caposala dell’ospedale Santa Maria Goretti che per l’uomo, che aveva intrecciato una relazione con lei. Il pubblico ministero Maria Perna, nell’ambito del rito abbreviato, aveva chiesto infatti pene severe per i due imputati di violenza sessuale su minore e pedopornografia: 16 anni di reclusione ciascuno e una multa di 240mila euro.
Respinta la richiesta di abbreviato condizionato all’escussione di un consulente psichiatrico per l’uomo e di un consulente psicologico per la moglie dell’uomo, il Gip Tarantino aveva invece ammesso il rito abbreviato secco. La moglie dell’uomo, entrambi di Velletri, aveva optato per affrontare l’udienza preliminare ed era stata rinviata a giudizio davanti al terzo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Mario La Rosa. Il processo inizierà il 16 aprile.
Nella giornata odierna, hanno discusso gli avvocati Renato Archidiacono e Carmela Massaro per conto dei loro assistiti. Intervenuto anche la parte civile, ossia l’avvocato Luigi Pescuma che assiste il minore. La moglie dell’uomo di Velletri, che risponde degli stessi reati, affronterà il processo con rito ordinario, difesa dall’avvocato Benedetto Faralli.
Lo scorso 3 marzo, la caposala del Goretti aveva rilasciato dichiarazioni spontanee spiegando di essere cresciuta con sani principi.
Come noto, l’infermiera e caposala del Goretti, insieme ai due coniugi di Velletri, sono accusati di pedopornografia e violenza sessuale, oltreché a diverse aggravanti tra cui quella di aver drogato il minore di 14 anni per indurlo a compiere atti sessuali e persino visite simulate nelle parti intime. Di queste due aggravanti è accusata la caposola del Goretti sospesa dall’Asl di Latina, mentre la coppia di Velletri deve rispondere dell’accusa di aver istigato questi comportamenti nella donna.
A ottobre scorso per i tre imputati, già detenuti, erano arrivate ulteriori ordinanze cautelari in carcere. La Polizia di Stato, infatti, a conclusione di una laboriosa e minuziosa attività investigativa, diretta e coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma competente per materia (in quanto la vittima è un minorenne di 14 anni), aveva proceduto a dare esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 6 ottobre 2025 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Simona Calegari, nei confronti dei tre accusati, già destinatari, nel giugno precedente, di analoghe misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari di Latina, Laura Morselli, su richiesta della Procura della Repubblica di Latina, in relazione agli abusi nei confronti del minore.
Si tratta, come detto, dell’uomo di 45 anni di Velletri, di sua moglie – una trentenne anche lei di Velletri –, nonché della donna di 43 anni di Latina, caposala sospesa all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Tutti e tre incensurati.
Le attività investigative espletate successivamente agli arresti, comprensive dell’analisi del contenuto dei telefoni sequestrati, avevano fatto emergere ulteriori elementi a carico dei tre indagati, sia in relazione ad un ulteriore episodio di violenza sessuale aggravata in danno di minore, commesso nel mese di marzo 2025 e sino a quel momento non emerso dalle pregresse indagini, sia la realizzazione, da parte dei predetti, di materiale pedopornografico utilizzando il minore stesso.
Le ordinanze cautelari erano state notificate dai poliziotti della Squadra Mobile di Latina, guidata dal dirigente Giuseppe Lodeserto, negli istituti penitenziari dove gli indagati erano già ristretti in virtù dei provvedimenti adottati nel mese di giugno scorso dall’Autorità Giudiziaria di Latina.
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Le indagini pontine, avviate nel mese di marzo 2025, sono state coordinate dal Procuratore Capo di Latina, Luigia Spinelli e dal sostituto procuratore Marina Marra che, sulla scorta degli espliciti elementi di prova rilevati nei device degli indagati, avevano richiesto tempestivamente, al fine di interrompere al più presto l’attività criminosa, l’emissione di ordinanza di custodia cautelare al giudice per le indagini preliminari Laura Morselli la quale aveva emesso l’ordinanza che era stata eseguita a vista.
La storia sarebbe iniziata come una vicenda di maltrattamenti subiti dall’infermiera che avrebbe riportato anche in una occasione alcune lesioni e lividi. L’indagine, una volta avviata, avrebbe portato alla luce la detenzione di materiale pedopornografico da parte della infermiera e del compagno-amante, anche lui impiegato nell’ospedale nel settore delle pulizie. Ad essere coinvolta, in un secondo momento, anche la moglie dell’impiegato, indagata e arrestata anche lei per reati afferenti alla pedopornografia. Il materiale pedopornografico sarebbe stato trovato sui dispositivi cellulari e computer dei tre arrestati. Sarebbe stato il compagno-amante a picchiare la caposala che si presentava sul lavoro piena di lividi. La denuncia per maltrattamenti sarebbe partita dall’ex marito della donna, dopodiché è venuta a galla la storia delle violenze sessuali su minore e dei video pedopornografici che l’infermiera inviava al compagno-amante il quale glieli chiedeva insistentemente. I video venivano ricevuti sul cellulare della moglie dell’uomo, motivo per cui anche quest’ultima è stata chiamata a rispondere dei reati.
Una vicenda orribile tanto che la caposala, stimata da tutti nel reparto, sarebbe cambiata nell’ultimo periodo: non più lucida, tanto che sarebbe stato l’ospedale a segnalare la vicenda all’autorità inquirente, ma solo per un caso di maltrattamenti. Negli ambienti dell’ospedale la vicenda aveva destato un vero e proprio choc. La donna coinvolta, nell’ultimo periodo, aveva cambiato atteggiamento e condotte sul lavoro: dimenticanze, cambi d’umore, assenza, dimagrimento e soprattutto segni di sofferenza sul viso. Tutti elementi che avevano fatto capire a chi la circondava che qualcosa di grave nella sua vita fosse accaduto.
Il materiale pedopornografico (foto e video), peraltro, o almeno parte di esso, sarebbe stato autoprodotto dagli indagati. È questa l’ipotesi agghiacciante degli investigatori che aveva perquisito anche l’armadietto e l’ufficio della caposala la quale, una volta separatasi dal marito, aveva iniziato a frequentare il compagno amante, geometra dipendente di una ditta esterna che si occupa di pulizie e manutenzione presso l’ospedale civile.
Dopo l’arresto, tutti e tre gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. A differenza della caposala, i due coniugi avevano avanzato ricorso al Riesame che aveva confermato le misure cautelari. Le motivazioni alla base della decisione del Riesame che aveva respinto i ricorsi dei due coniugi erano afferenti al pericolo di reiterazione del reato da parte del 45enne in quanto le condotte contestate sarebbe state continuate. Una decisione che ha aveva sì che fosse respinta la richiesta di sostituzione di misura cautelare in carcere con quella meno afflittiva dei domiciliari. La coppia aveva fatto ricorso anche in Cassazione in merito al primo arresto, respinto anch’esso.
