ZACCHEO CONTRO I CLAN A LATINA? LA SUA STORIA POLITICA DICE ALTRO

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Vincenzo Zaccheo
Vincenzo Zaccheo

Zaccheo ha contrastato la criminalità organizzata locale? La sua storia politica dice altro: eccone alcuni esempi

Subito dopo la pubblicazione delle inquietanti intercettazioni riguardanti il periodo del ballottaggio 2021 – intercettazioni dalle quali, tra l’altro, emerge che Zaccheo andava a chiedere voti ai capibastone in un ristorante ubicato in uno dei quartieri di Latina ad alta presenza di clan rom -, l’ex sindaco è riuscito a farsi intervistare e a dichiarare che lui ha sempre combattuto i clan a Latina. Insomma, dopo le crude verità delle intercettazioni, il commensale dei capibastone ha tentato di riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica

Non so quanti abbiano letto quell’intervista (ormai le tirature dei giornali della carta stampata sono veramente modeste). Né posso sapere quanti, tra quelli che hanno letto l’intervista, abbiano avuto la dabbenaggine di credere alle parole di Zaccheo.

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Ritengo però che, tenuto conto dell’importante ruolo che quest’ultimo ora ricopre, presidente della ribattezzata (af)fondazione del centenario, non può essere lasciata passare impunemente l’affermazione totalmente infondata con la quale l’ex sindaco si attribuisce attività politica di contrasto alla criminalità organizzata autoctona. A smentire tale menzognera rappresentazione di sé stesso sono i fatti, che, quindi, è bene ricordare, per smontare le bugie del commensale dei capibastone.

GLI OCCHI CHIUSI DEL SINDACO ZACCHEO. Il 21 ottobre del 2003 (il Sindaco è Vincenzo Zaccheo eletto a maggio 2002) si tiene un Consiglio comunale straordinario sull’ordine pubblico con la partecipazione del Sottosegretario agli Interni Onorevole Alfredo Mantovano (Alleanza Nazionale).

Potrebbe essere un’ottima occasione per approfondire certe evidenti problematiche che già stanno caratterizzando il territorio di Latina. Ad esempio, proprio pochi mesi prima di quel Consiglio Comunale ci fu il 21 giugno 2003 una sparatoria in Via Villafranca e, quindi, a pochi passi dalla Circonvallazione, ma soprattutto la città fu scossa da un avvenimento eclatante. Il 9 luglio 2003, a Capoportiere, nell’orario di maggiore affluenza dei bagnanti, esplode una autobomba e viene ucciso Ferdinando Di Silvio, detto “Il Bello”, figlio di uno dei capostipiti del Clan Di Silvio. Un episodio che ancora oggi rappresenta un unicum per il territorio pontino. Un omicidio di tale portata, così vistoso (un attentato dinamitardo con il corpo di un uomo dilaniato), ricorda immagini della Palermo di Cosa Nostra.

A proposito di tale delitto, tuttora irrisolto, il sostituto procuratrice della Repubblica dell’epoca, Dott.ssa Falcione, parlò di “criminalità di spessore”. Nonostante la indubbia rilevanza di quanto accaduto e gli altri inquietanti segnali presenti in città, il Sindaco Zaccheo (all’epoca anche deputato) chiude gli occhi e presenta in Consiglio Comunale una relazione sconcertante. Parla di “inutili allarmismi” e confina i “tentativi di infiltrazioni malavitose” al sud pontino. Ricorda sì, bontà sua, gli episodi citati nel presente articolo, ma ne parla di sfuggita: “fatti di cronaca recenti risalenti alla scorsa estate”; Si affretta a dire che si tratta di “episodi sporadici”, così concludendo sul punto: “Ho parlato di fatti isolati ed in verità per quanto riguarda la città capoluogo i resoconti annuali evidenziano, specie negli ultimi anni, una diminuzione dei reati…omissis…e un incremento degli arresti”.

In definitiva, Zaccheo tratteggia una città dove non ci sono clan malavitosi che vivono di traffico di sostanze stupefacenti, di usura e di estorsione in grado di esercitare anche un certo controllo sul territorio e sulle attività economiche. Insomma, colui che è diventato presidente dell’(AF)FONDAZIONE DEL CENTENARIO anche perché, come affermato dalla sindaca Celentano “conosce il territorio”, all’epoca dimostrò di non conoscerlo affatto, o meglio: si è dimostrato uno straordinario conoscitore del territorio quando si è trattato di andare a raccattare voti promettendo posti di lavoro alle mogli di alcuni suoi elettori; è diventato un alieno venuto da Marte quando occorreva impegnarsi contro la criminalità organizzata locale. 

IL NASO TURATO DEL SINDACO ZACCHEO. Le elezioni comunali del 2007 segnano l’ingresso in politica di Pasquale Maietta. Viene accolto a braccia aperte da Vincenzo Zaccheo che, molto attento al suo potenziale di voti ma molto meno attento al suo bacino di voti, lo candida nella lista di Alleanza Nazionale. 

Maietta porta in dote oltre mille voti e risulta il più votato nella lista di Alleanza Nazionale; insomma un grande successo, che segna però un’altra tappa significativa nel degrado politico, amministrativo e morale della Destra di Latina. La circostanza che, all’epoca, Maietta non fosse nemmeno indagato e che i fatti per cui ora è sotto processo sono successivi è un’argomentazione inaccettabile. Invero, era già nota all’epoca la frequentazione di Maietta con certi personaggi, primo fra tutti Costantino Di Silvio detto Cha Cha, per cui era evidente che la sua candidatura avrebbe attivato la potenza di fuoco elettorale di certi ambienti. Tra l’altro, visto che la sindaca Celentano l’ha incensato come grande conoscitore del territorio, il primo a sapere certe cose avrebbe dovuto essere proprio Zaccheo. 

In definitiva, la scelta spregiudicata e irresponsabile di Vincenzo Zaccheo di candidare Pasquale Maietta determinò che per la prima volta nella Storia di Latina certi ambienti hanno avuto un loro esplicito e diretto rappresentante in consiglio comunale. 

I fatti appena ricordati dimostrano chiaramente che Zaccheo non ha mai combattuto la criminalità organizzata locale, mentre l’intervista rilasciata recentemente, in cui pretende di accreditarsi come tale, deve essere oggetto di una profonda riflessione. Dalla lettura della stessa ne deriva che il commensale dei capibastone, che da qui al 2032 gestirà milioni di euro, abbia la spiccata attitudine ad utilizzare l’arma della menzogna in politica. Ecco perché è un dovere civico, etico e morale non rimanere indifferenti alle sue bugie, ma denunciarle con fermezza. 

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