La denuncia di Fillea Cgil: “La morte di Umberto Musilli e le diverse priorità della giustizia…che non arriva”
È una voce che parte dai territori, da Sonnino, piccolo comune in provincia di Latina, ma che parla all’intero Paese. È la voce di Alessio Faustini, segretario generale della Fillea Cgil Frosinone Latina, che non usa mezzi termini davanti all’ennesimo rinvio nel processo per la morte di un operaio in cantiere.
“Questo governo ha la responsabilità di illudere i lavoratori sui tempi della giustizia. Le famiglie dei lavoratori non hanno nulla a che fare con giochi di potere. Vengono lasciate sole prima durante e dopo una tragedia, senza un reddito e il più delle volte con delle spese processuali a cui pensare dopo un funerale. Ma il problema del Ministro Nordio sono le carriere dei giudici, non i tempi della giustizia». Parole che pesano. Perché nascono da una vicenda reale e drammatica, da un morto sul lavoro, da una famiglia che attende ancora risposte.
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Il 23 giugno 2022, in un cantiere edile a Sonnino, ha perso la vita Umberto Musilli, 67 anni. Folgorato mentre lavorava, colpito da una scarica elettrica ad alta tensione durante operazioni di getto di calcestruzzo. Le ricostruzioni investigative hanno parlato di condizioni di sicurezza gravemente carenti e di presunte irregolarità nel cantiere. Secondo l’impianto accusatorio, non solo l’operaio sarebbe stato esposto a un rischio evidente, ma il suo corpo sarebbe stato spostato per simulare un malore e depistare le indagini. Un’ipotesi gravissima che ha portato la Procura a contestare l’omicidio volontario con dolo eventuale. In un Paese dove le morti sul lavoro continuano a rappresentare una ferita aperta, la storia di Sonnino non è un’eccezione: è una fotografia nitida di ciò che accade troppo spesso nei cantieri italiani.
Il procedimento penale, inizialmente incardinato davanti al Tribunale di Latina, ha subito un nuovo stop. Per una questione di competenza, il processo è stato trasmesso alla Corte d’Assise di Latina, trattandosi di un reato che rientra nella sua giurisdizione. Una decisione tecnicamente fondata, ma che comporta un ulteriore allungamento dei tempi. E per la famiglia Musilli questo significa ancora attesa, ancora rinvii, ancora udienze da fissare. È qui che la denuncia della Fillea si fa politica. Perché il punto non è la correttezza formale del passaggio di competenza. Il punto è che, a quasi quattro anni dalla tragedia, il processo deve di fatto ancora iniziare.
La Cgil si è costituita parte civile, affiancando la famiglia nel percorso giudiziario e portando la vicenda al centro del dibattito pubblico. Antonio Di Franco, segretario Nazionale di Fillea Cgil, ha denunciato come le riforme oggi in discussione non incidano sui nodi reali: organici insufficienti nei tribunali, carenza di personale amministrativo, tempi biblici per la celebrazione dei processi, difficoltà per le famiglie nel sostenere le spese legali. Il sindacato chiede investimenti strutturali: rafforzamento degli uffici giudiziari, fondi di garanzia per le vittime del lavoro, estensione effettiva del gratuito patrocinio, strumenti per garantire risarcimenti certi e rapidi.
Al centro del dibattito nazionale c’è la riforma della giustizia promossa dal ministro Carlo Nordio, che punta tra l’altro sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. Una riforma che, secondo la Fillea e ampi settori del sindacato, non affronta il problema che emerge con forza da Sonnino: la durata dei processi e l’accesso effettivo alla giustizia per chi non ha mezzi.
Le famiglie dei lavoratori morti non attendono un dibattito astratto sugli equilibri tra poteri dello Stato. Attendono una sentenza. Attendono giustizia in tempi ragionevoli. Attendono risposte che
consentano di ricostruire una vita distrutta. Sonnino non è una metropoli. Non è un grande centro industriale. È un piccolo comune del Lazio. Eppure proprio da qui emerge con chiarezza l’incapacità politica di mettere al centro le questioni concrete. Ogni rinvio, ogni passaggio procedurale, ogni vuoto di organico nei tribunali si traduce in mesi — a volte anni — di attesa. Nel frattempo, le famiglie affrontano lutto, incertezza economica, spese legali, precarietà.
La denuncia che parte da Alessio Faustini non è un attacco ideologico: è la fotografia di un sistema che non riesce a dare risposte rapide a chi perde la vita lavorando. Se una riforma della giustizia vuole davvero essere al servizio dei cittadini, deve partire da qui: dai cantieri, dai tribunali di provincia, dalle famiglie che attendono. Certo non dal ministro del Governo di turno che cura evidentemente altri interessi ed altre priorità. Da Sonnino arriva una domanda semplice e radicale: a cosa serve una riforma che non accorcia i tempi della giustizia per chi ha perso tutto?2
