Omicidio di Massimiliano Moro: depositate le motivazioni della Cassazione che ha rinviato il giudizio ad una nuova Corte d’Appello
Lo scorso 15 gennaio, la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio ad altra sezione di Corte d’assise d’Appello la sentenza di secondo grado che aveva confermato le assoluzioni per Antoniogiorgio Ciarelli, difeso dall’avvocato Alessandro Farau e Ferdinando Di Silvio detto “Pupetto”, assistito dall’avvocato Emilio Siviero. Simone Grenga, considerato dall’accusa l’esecutore materiale del delitto, e Ferdinando Ciarelli detto “Macù”, il mandante, ottennero la riduzione della pena a 15 anni e 4 mesi. Sia per Grenga, difeso dagli avvocati Marco Nardecchia e Massimo Frisetti, che per “Macù”, difeso dall’avvocato Italo Montini, cadde l’aggravante mafiosa.
Gli ermellini hanno disposto anche per Grenga e Macù un annullamento parziale della sentenza di secondo grado, rinviando alla Corte d’Appello: confermata la decadenza del metodo mafiosi, i giudici di secondo grado dovranno valutare le attenuanti generiche, la premeditazione e i motivi futili e abietti, in quanto è stata annullata la loro decadenza.
È stato questo l’esito del ricorso presentato dalla Procura Generale della Corte d’Appello contro la sentenza della Corte d’Assise della Corte d’Appello di Roma. A febbraio 2025, la prima sezione della Corte d’Appello di Roma, presieduta dal giudice Vincenzo Gaetano Capozza, aveva respinto il ricorso della Direzione Distrettuale Antimafia ed emesso la sentenza a carico dei quattro imputati accusati di aver ucciso il criminale latinense Massimiliano Moro, freddato a colpi d’arma da fuoco nel suo appartamento in Largo Cesti, nel quartiere Q5 di Latina.
La Procura Generale della Corte d’Appello aveva fatto ricorso, appellandosi contro le assoluzioni di Antoniogiorgio Ciarelli e Ferdinando Di Silvio detto Pupetto, e contro le due condanne a 15 anni di reclusione senza l’aggravante del metodo mafioso a carico di Simone Grenga e Ferdinando Ciarelli.
Secondo la Procura Generale, la Corte d’Appello, nella sentenza del 18 febbraio 2025, avrebbe disposto una pronuncia con “manifesta illogicità della motivazione” in relazione al ruolo ricoperto da Antoniogiorgio Ciarelli e Pupetto Di Silvio, ritenute figure rilevanti nell’alleanza dei dei due clan, così come stabilito dal processo Caronte. Alleanza che la sentenza Caronte ha certificato essere nata il 25 gennaio 2010, giorno in cui fu attinto da colpi d’arma da fuoco Carmine Ciarelli detto Porchettone e conseguentemente, la stessa sera, ucciso per vendetta Massimiliano Moro, individuato come il mandante degli spari. I due – Antoniogiorgio Ciarelli e Pupetto – avrebbero partecipato all’ideazione del delitto Moro sin dalle fasi della riunione presso l’ospedale Santa Maria Goretti di Latina dove era ricoverato Porchettone Ciarelli e dove i due sodalizi – Di Silvio e Ciarelli – si sarebbero messi d’accordo per la vendetta. Elementi sottolineati dalle parole della collaboratore di giustizia Andrea Pradissitto.
Illogica per la Procura Generale è l’assoluzione dei due – Ciarelli e Di Silvio – con la condanna di Pradissitto, reo confesso. Tutte e tre avrebbero fatto da “palo” a Grenga e Macù Ciarelli. Le posizioni dei tre vengono definite speculari. Altre illogicità sono state individuate dalla Procura Generale anche sulla mancata efficacia delle dichiarazioni dell’altro collaboratore di giustizia, Renato Pugliese, reso edotto dell’omicidio da Giuseppe Pasquale Di Silvio. Vengono giudicati dirimenti i contatti telefonici scambiati tra Grenga e Ciarelli nell’orario dell’omicidio di Moro, appena prima e appena dopo.
Nelle motivazione la Cassazione sottolinea che “la Corte d’Appello ha sminuito la partecipazione alle fasi di ideazione (ospedale) e attuazione (Piazza Moro e presidio sotto il palazzo), nonché la convergenza delle fonti dichiarative facendo un mero richiamo alla decisione di primo grado”. Senza contare che “la sentenza impugnata omette del tutto di esaminare la questione dei tabulati e delle celle telefoniche che, secondo il pubblico ministero, costituisce un ulteriore riscontro individualizzante”. È acclarato secondo gli ermellini che l’omcidio fu una questione di “ritorsione per l’attentato a Carmine Ciarelli” e una “affermazione del dominio sul territorio”
“Il procurato incontro con Moro – speigano i giudici della Corte Suprema – non fu occasionale, ma artatamente provocato grazie alla telefonata effettuata dalla cabina di Piazza Aldo Moro. II piano omicidiario, secondo il racconto di Pradissitto prendeva definitiva forma solo in Piazza Moro, ma, come osserva il pm, non può essere dimenticato quanto accaduto sin dal mattino del 25 gennaio 2010 presso l’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Il pubblico ministero sottolinea, quanto al lasso temporale, che il proposito omicidiario, maturato nel corso delle due riunioni mattutine, ben avrebbe potuto essere abbandonato nel corso della giornata, mentre, invece, è rimasto fermo nell’animo di tutti i complici sino alla sua esecuzione in orario serale. Se i mezzi per l’esecuzione del delitto (la pistola) venivano recuperati poco prima della consumazione, viceversa, il reclutamento dei componenti del gruppo di fuoco si perfezionava sin dalla mattinata, con il coinvolgimento dei diversi rappresentanti delle famiglie Ciarelli e Di Silvio. Sotto questo profilo spetta al giudice di merito di verificare se l’agguato non possa qualificarsi, anche nell’ottica della premeditazione, come il primo segno tangibile dell’alleanza tra clan“.
